Ambiente Risorse Salute
Rivista e dossier del Centro Studi l'Uomo e l'Ambiente - Padova
direttore Domenico Ceravolo
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INFORMAZIONI INNOVATIVE
da Ambiente Risorse Salute
Bimestrale su carta

Questa selezione informativa è finalizzata a mettere in risalto innovazioni
scientifiche e tecnologiche funzionali allo sviluppo sostenibile
.
Immettiamo in rete quanto già pubblicato su "Ambiente Risorse Salute"

dal n. 101 ( gennaio/febbraio 2005)


Indice delle rubriche:

Ambiente

Mutamenti climatici

Energia

Nanotecnologie

Biotecnologie agroalimentari


Ambiente

Lotta biologica: vespa contro afide

CSIRO ha ottenuto il permesso di rilasciare una piccolissima vespa quale agente di controllo biologico di un devastante afide, parassita del cotone e delle colture orticole australiane.
Dopo prove su vasta scala, CSIRO Entomology ha ricevuto l'approvazione dei Dipartimenti dell'ambiente e dell'agricoltura e foreste del Governo australiano al rilascio in pieno campo di una piccola vespa parassita, Eretmocerus hayati, che si nutre dell'afide bianco Bemisia tabaci (argentifolii) Biotipo B, un emittero aleirodide.
Bemisia tabaci è lungo solo un millimetro ma sta devastando le aziende orticole, cotonicole e di piante ornamentali australiane. Dopo essere arrivato in Australia, dagli Stati Uniti, nel 1994 si è diffuso nei principali stati del continente. Una coltura attaccata può ospitare miliardi di piccoli afidi, ed ogni femmina può deporre fino a 250 uova.
Bemisia tabaci può attaccare più di 600 specie di piante, ma è particolarmente attratta da broccoli, cavoli, cavolfiori, cotone, cetrioli, melanzane, soia, zucche, meloni, pomodori e zucchine. Nel Queensland (Lockyer Valley, Central Highlands e le aree costiere di orticoltura intensiva) e nelle aree costiere del nord del New South Wales, è un vero rompicapo per i produttori.
Csiro Entomology, con Paul De Barro ha valutato l'introduzione della piccola vespa parassita, anche più piccola dell'afide. Eretmocerus hayati parassitizza la fase giovanile dell'afide ed è stata impiegata con successo nella regione del Rio Grande, Texas del Sud, dove il clima è simile a quello delle aree del Queensland, attaccate.
I primi rilasci della piccola vespa saranno fatti a Gatton, nella Lockyer Valley e a Bundaberg, i successivi a Bowen, Burdekin e Emerald.
L'afide è un problema per due ragioni. Può causare direttamente danni e perdite di raccolto (per milioni di dollari, anche per l'insorgere della resistenza a determinati insetticidi), alimentandosi sulle foglie e, producendo una copiosa melata, determina lo sviluppo di muffe. Quest'ultimo effetto è particolarmente grave per l'industria del cotone, infatti, il "cotone nero" potrebbe minacciare la qualità del cotone australiano, riducendone il prezzo. Bemisia tabaci, inoltre, è vettore di numerose malattie virali.
La ricerca sul controllo biologico dell'afide è stata sostenuta da Queensland Fruit and Vegetable Growers, Horticolture Australia Ltd, Grains Research and Development Corporation e Cotton Research and Development Corporation.
Per maggiori informazioni: Paul De Barro, CSIRO Entomology, Long Pocket Laboratories Indooroopilly QLD, http://www.ento.csiro.au/research/pestmgmt/hort/whitefly_info.html
Fonte: http://www.csiro.au

Vetri, filtri solari variabili

In Giappone, il Sustainable Material Research Institute ha sviluppato un vetro che controlla automaticamente l'entrata della luce negli edifici. Possono essere aggiunte anche altre funzioni come l'isolamento termico o sonoro, la fotocatalisi per l'autopulizia o, ancora, la schermatura degli ultravioletti. Un tale sistema permette di regolare il livello di luminosità trasmesso dal sole negli edifici, automaticamente, durante tutto l'anno. Associato ad un sistema d'isolamento, la regolazione diviene anche termica e questo consente di aumentare l'efficienza energetica dell'edificio. Il principio del vetro filtrante si basa sulla disposizione, a sandwich, di uno strato di ossido di vanadio, termocromatico, tra due strati di diossido di titanio, fotocatalizzatore. Così, durante l'estate dal 60 al 70% della luce solare è bloccata mentre, in inverno, le radiazioni infrarosse non sono filtrate per creare calore e isolare termicamente l'edificio.
Fonte: ADIT - Vigie Génie civil

Schiume più leggere, solide e "ecologiche"

Le industrie della plastica, particolarmente quelle delle schiume polimeriche, sono indotte a trovare dei sostituti ai prodotti abituali, tipo i clorofluorocarburi e gli idroclorofluorocarburi, che contribuiscono alla riduzione dello strato d'ozono.
All'Istituto di Tecnologia dei Procedimenti Chimici e dell'Ambiente del CNRC (ITCPE-CNRC), la ricercatrice Vittoria Nawaby è impegnata a sostituire l'uso dei gas nocivi con il biossido di carbonio. Purtroppo, variazioni, anche minime, di pressione e di temperatura influenzano la solubilità del CO2 e quindi le proprietà della schiuma. È in questo quadro che i ricercatori dell'ITPCE hanno presentato un rapporto sulle interazioni di una miscela di polimeri e di CO2. In rapporto alla concentrazione della miscela, alla pressione di saturazione e alla temperatura del gas, la schiuma presenta una struttura o una morfologia diversa.
I lavori condotti da Nawaby sono applicati a produzioni di schiuma in condizioni dette "supercritiche" e "subcritiche". Anche se, per il momento, la ricerca resta rivolta allo stato supercritico, sono attuati studi sull'efficienza energetica per adattare le tecniche di fabbricazione all'industria.
In parallelo, il gruppo dell'Istituto di Materiali industriali (IMI-CNRC) tenta di perfezionare le tecniche di produzione di plastiche nanocomposite a partire da nanoparticelle d'argilla. Infatti, i nanocompositi aumentano fortemente la resistenza dei polimeri. Così i due gruppi sperano, partendo da nano-argille, di conferire maggiore tenuta ai materiali fatti da schiume molto leggere.
L'ITCPE e l'IMI lavorano insieme per le industrie canadesi che operano nel campo dell'automobile e della biomedicina.
Contatto: Victoria.Nawaby@nrc-cnrc.gc.ca
Fonte: http://www.nrc-cnrc.gc.ca/highlights/, tratto da BE Canada ADIT

Mutamenti climatici

Residui minerari catturano CO2

A lungo considerati come un problema ambientale, gli scarti rocciosi derivanti dallo sfruttamento minerario potrebbero, in realtà, aiutare la lotta contro il riscaldamento globale, assorbendo una parte dei gas ad effetto serra responsabili del cambiamento climatico. Greg Dipple, professore presso il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Oceano all'Università della Colombia Britannica, ha studiato la capacità di questi residui rocciosi di catturare, in modo duraturo, il biossido di carbonio (CO2).
Secondo lo scienziato, questo fenomeno, naturale in tempi geologici, si manifesterebbe molto più rapidamente su residui ricchi di silicati di magnesio, come quelli provenienti dalle miniere di nickel, diamante, crisolite, platino e quelli derivati da alcune miniere d'oro. Il processo di carbonatazione minerale permette alla CO2, disciolta nell'acqua piovana, di reagire con il silicio alla superficie della roccia. Dipple ritiene possibile catturare, in questi rifiuti, tutta la CO2 prodotta dallo stesso impianto minerario, trasformando così quella mineraria in un'industria non inquinante in termini di emissioni di gas serra.
Il fenomeno è molto rapido in certi siti e appena percepibile in altri. La fase successiva della ricerca consiste, quindi, nel creare il modello del procedimento per comprendere come migliorare la velocità di assorbimento della CO2, ad un costo conveniente per i gestori delle miniere. Sembrerebbe, infatti, che l'efficacia dell'assorbimento dell'anidride carbonica vari in funzione dei mezzi adottati per trattare i residui minerari. Benché, all'inizio, scettiche le compagnie minerarie cominciano ad interessarsi alla questione.
Per maggiori informazioni: UBC Public Affairs: public.affairs@ubc.ca
Fonte: University of British Columbia reports 10/1/2005 per BE - ADIT

Energia

A Yokohama, la più grande centrale eolica giapponese

Mitsubishi Heavy Industries ha annunciato la costruzione della più grande centrale eolica del Giappone, presso lo stabilimento di Yokohama. La fase di collaudo dell'impianto inizierà nel marzo del 2005. Con un rotore di 92 m e 2,4 MW di potenza, questa centrale sarà la più alta e la più potente installata in Giappone. Il modello sviluppato da Mitsubishi è particolarmente adatto al clima giapponese: funziona già con venti molto deboli, 3 m/s, ma può anche sopportare i venti violenti di un tifone. Nella regione di Yokohama, vicino a Tokyo, i venti hanno una velocità media di 5 - 6 m/s (fonte:NEDO) ma durante la stagione dei tifoni (agosto - settembre) i venti possono divenire temporaneamente violenti.
Contatto: Wind Power Generation in Japan, Agency for Natural Resources and Energy, http://www.enecho.meti.go.jp/english/energy/
Per ulteriori informazioni: Japan for sustainibility, http://www.mhi.co.jp/enews/e_1004.html
Fonte: ADIT - Vigie Energie dicembre 2004.

In Canada cella a combustibile supera le aspettative

In ottobre 2004, presso il Northern Alberta Institute of Technology (NAIT) canadese, è entrata in funzione la prima cella a combustibile commerciale, ad alta tensione, interamente operativa. Valutata 1,3 milioni di $ canadesi, la cella a combustibile produce calore ed elettricità a partire da ossigeno e idrogeno, emettendo così meno di metà di biossido di carbonio rispetto alle fonti tradizionali di energia e il 99% in meno di particelle inquinanti.
Con 200 kW di potenza, la cella ha coperto circa il 10% dei bisogni energetici del NAIT, durante tutte le prove preliminari, permettendo di riscaldare la piscina e le docce del Centro di Attività. Concepita, inizialmente, per produrre un milione di kWh durante la prima fase, la cella ha superato tutte le aspettative, con prestazioni che superano 1,4 milioni di kWh, ossia un aumento del 40% sulle capacità previste.
Una cella a combustibile più piccola dovrebbe essere installata, nel campus universitario, nel 2005, per il corso di ingegneria energetica. Inoltre, il Fuel Cell Applied Research Project Interpretive Centre del NAIT permetterà al pubblico di osservare il funzionamento delle celle a combustibile, di conoscere la provenienza di questa tecnologia e di comprendere l'interesse che essa rappresenta per la protezione dell'ambiente.
Fonte: ADIT - Ambasciata di Francia del Canada, dicembre 2004

Celle a combustibile PEMFC per utilizzo domestico

Il METI (Ministero giapponese per l'economia, il commercio e l'industria) sosterrà la ricerca per il miglioramento della durata delle celle a combustibile a scambio protonico (PEFC). Nel 2005, l'Organizzazione per lo sviluppo di nuove energie e tecnologie industriali (NEDO) distribuirà 5,5 miliardi di yen ad un consorzio di sette imprese che comprende anche Osaka Gas, Tokyo Gas e Matsushita Electric. Questo consorzio condurrà ricerche sul meccanismo di deterioramento delle membrane. L'obiettivo è raggiungere una capacità di generazione da celle a combustibile, nelle imprese e nelle abitazioni private, di 2,1 milioni di kW, entro il 2010, e di 10 milioni di kW entro il 2020.
Il 2005 segna l'avvio della commercializzazione delle pile PEFC per i privati. Tokio Gas ha annunciato, nel dicembre 2004, l'immissione sul mercato di celle a combustibile a membrana di scambio protonico (PEMFC) che utilizzano il gas di città come fonte di idrogeno. Il costruttore di abitazioni private Misawa Homes ha concluso un accordo con Tokyo Gas per installare queste celle a combustibile nelle abitazioni in costruzione alla periferia di Tokyo. Nippon Oil, a sua volta, si accinge a mettere sul mercato celle a combustibile da 750 W, nel marzo prossimo, utilizzando GPL; la pila è costruita da Sanyo Electric e nel primo anno ne saranno vendute 150 unità. Sanyo Electric fornirà anche celle PEMFC, funzionanti a gas di città, per 26 case private in un quartiere di Osaka, nel marzo 2005, e 17 nell'inverno 2005 nella città di Mushanino.
Fonte: The latest Fuel Cell News in Japan, 2005 per BE ADIT

Produrre elettricità da rifiuti legnosi

Un gruppo di ricerca del dipartimento "Energia Edifici Ambiente" della scuola tecnica superiore (FH - Fachhochschule) di Munster, diretta da Theodor Belting, ha sviluppato un nuovo procedimento di produzione di elettricità che utilizza rifiuti della lavorazione del legno. Grazie ad esso gli scarti di legno potrebbero essere molto meglio valorizzati. Infatti, nelle falegnamerie o nei mobilifici, vengono eliminate quotidianamente grandi quantità di trucioli di legno.
Il grado di efficienza elettrica del procedimento sviluppato sarebbe del 16% più elevato di altri procedimenti di produzione di corrente elettrica attuali. Un vantaggio particolare è dato dal fatto che il gas di legno purificato può essere gassificato completamente, senza residui, ed essere utilizzato per la produzione di elettricità. Inoltre i trucioli di legno permettono di produrre carbone di legno di qualità superiore per un'ulteriore utilizzazione in altri settori. I costi d'investimento possono essere ammortizzati in un breve tempo. Secondo la dimensione, l'impianto può fornire tra 150 e 500 kilowatt di corrente. Il calore liberato dalla produzione di elettricità può essere utilizzato, attraverso scambiatori termici, per riscaldamento o per l'essiccamento dei trucioli di legno. Un impianto del genere, da 150 kilowatt permette di utilizzare 900 tonnellate di residui di legno all'anno e di produrre 1.360.000 kW/h di corrente e 1.320.000 kW/h di calore.
Al progetto ha preso parte anche l'impresa Mothermik.
Per maggiori informazioni: http:// www.holzverstromung.de
Contatti: e-mail: belting@fh-muenster.de.
Fonte: "Wissenschaft ..." ripreso da BE ADIT, Francia

Risparmiare energia mediante accumulatori di freddo

Specialisti della fornitura di calore e freddo a lunga distanza dei servizi urbani di Chemnitz e ricercatori in termodinamica dell'università tecnica (TU) di Chemnitz (Sassonia, Germania) stanno eseguendo ricerche, su richiesta del Ministero federale dell'economia e del lavoro (BMWA), per determinare se gli accumulatori di freddo non dovrebbero essere utilizzati di più nei grandi sistemi di approvvigionamento energetico. Il sistema del freddo a lunga distanza della città di Chemnitz fornisce l'apparato di studio per le ricerche pratiche.
I risultati dello studio potrebbero, in avvenire, essere utilizzati a scala nazionale per la costruzione o la modernizzazione di sistemi di raffreddamento.
I diversi partner del progetto stanno analizzando in quale misura l'utilizzazione di accumulatori di freddo potrebbe permettere di utilizzare i frigoriferi ad assorbimento in modo più intensivo. L'idea di base sarebbe semplice: l'accumulatore di freddo viene caricato durante la notte e può quindi coprire il carico di punta del sistema del freddo a distanza durante il giorno.
Per la città di Chemnitz, significherebbe che una quantità più rilevante di calore in eccesso prodotto dalla centrale di Chemnitz Nord verrebbe convertito in freddo e che in totale, verrebbe consumata meno elettricità. Questa soluzione è, secondo il parere degli esperti, non solo ecologica ma anche economicamente conveniente, cosa che non succede spesso nel caso nell'industria energetica.
I risultati attuali sulla fattibilità tecnica e la stima dei costi rende i ricercatori ottimisti. La cooperazione tra l'università di Chemnitz e i servizi urbani è stata registrata nel dicembre 2004 mediante un contratto tra i due partner.
Contatti: Ulf Uhlig e.mail: ulf.uhlig@swc.de, www.tu-chemnitz.de
Fonte: Depeche IDW, per BE ADIT Francia.

Nanotecnologie

Le nanotecnologie avanzano

Un gruppo di ricerca irlandese "coltiva" conduttori e contattori microscopici che potrebbero trovare applicazione nei computer miniaturizzati di nuova generazione. Il processo, delicato, implica l'utilizzazione di filamenti di DNA, il costituente fondamentale della vita sulla terra.
Dirige il lavoro il prof. Donald Fitzmaurice, direttore del gruppo "Nanochimica" all'Università di Dublino (UCD). Il gruppo lavora nella gamma del nanometro (miliardesimo di metro) e cerca di produrre, in maniera prevedibile, fili, interruttori e transistori, tutti componenti essenziali nel calcolatore. Queste componenti elettroniche minuscole non possono essere fabbricate: vengono "coltivate" in soluzione.
Il prof. Fitzmaurice e il suo gruppo sviluppano un procedimento che può, in modo affidabile, produrre queste componenti su una sagoma standard di chip al silicio. Fitzmaurice riferisce che si ottengono rendimenti di circa il 60 - 70%, superiori alle aspettative, dimostrando che è possibile costruire nanostrutture con grande precisione, e questo è importante per la progettazione di circuiti di calcolatori che utilizzano processi biologici.
È degno di nota che, nonostante la precisione, la nanostruttura è ottenuta "semplicemente" "macerando" un filamento di DNA attaccato ad un chip di silicio in una serie di soluzioni. "Abbiamo fatto tutto con una "chimica grossolana" dice il prof. Fitzmaurice. Utilizza composti biochimici per elaborare la nanostruttura. La fabbricazione inizia a partire da un filamento di DNA. I sequenziatori di DNA sono attualmente comuni nei laboratori moderni ed è possibile produrre una sequenza data per costituire la sagoma. Il prof. Fitxmaurice precisa: "Utilizziamo un filamento di DNA lungo 90nm che presenta, nel mezzo, una molecola di biotina". La biotina è una vitamina che si lega fortemente ad una proteina, la streptavidina.
Il gruppo dell'UCD sviluppa minuscole particelle d'oro che riconoscono il DNA e si allineano lungo questa molecola. Quando il silicio che porta il filamento di DNA viene inumidito nella prima soluzione contenente particelle d'oro, queste formano una catena di lunga 90nm e larga 10. La catena di particelle d'oro è in seguito messa a contatto della streptavidina. Essa si lega così fortemente alla biotina che spinge delle particelle d'oro fuori della catena, producendo un vuoto largo da 10 a 15nm. La tappa successiva è una specie di elettrodeposizione che introduce particelle di oro lungo la catena, unendo le singole particelle per formare due fili solidi con una lacuna nel mezzo. La tappa finale consiste nell'immergere la struttura in una soluzione, in modo tale che la biotina si leghi fortemente alla streptavidina nel vuoto creato. La particella d'oro si dispone tra le due estremità del filamento e l'interruttore elettronico è realizzato.
Contatto: donald.fitzmaurice@ucd.ie
Fonte: BE ADIT Irlanda

Nanoparticelle a molteplici applicazioni

Una collaborazione tra due dipartimenti dell'Università di Toronto, quello di Chimica di Eugena Kumacheva e il suo gruppo e quello di Elettronica e informatica di Ted Sargent e colleghi, è sfociata nella progettazione di un materiale dalle proprietà ottiche inedite.
Eugena Kumacheva ha ottenuto delle nanoparticelle quantiche, partendo da un materiale semiconduttore, il solfuro di piombo. Queste particelle filtrano la luce in determinati settori dell'infrarosso e l'amplificano. In seguito a questa scoperta è stato messo a punto un procedimento semplice e poco costoso di fabbricazione di nanoparticelle.
Il materiale prodotto è stato successivamente testato dagli ingegneri del Dipartimento di elettronica e informatica. Mediante deposizione, seguita da essiccazione, di una gocciolina d'acqua, carica di queste particelle, su un campione di vetro, essi hanno realizzato un film molto fine e liscio del materiale. Per eccitazione del nanomateriale con un fascio laser, hanno rilevato che, sotto l'azione del film, l'intensità luminosa misurata a valle era moltiplicata per due lungo tutti i 30 micron. Il materiale ha dunque la proprietà di potere decuplicare l'intensità luminosa dell'infrarosso.
Facendo passare un fascio laser attraverso lenti ottiche ricoperte da un film molto sottile (un decimo di millimetro) di questo materiale, si ottiene un amplificatore d'intensità luminosa che rende possibili numerose applicazioni. L'amplificazione della luce è, infatti, necessaria nella fabbricazione di fonti laser intense, nella trasmissione dei segnali per la comunicazione ottica o ancora per le amplificazioni infrarosse in biologia, in medicina o in campo militare (visione di notte). La diagnostica per immagini potrebbe così beneficiare di questa scoperta per il depistaggio molto precoce dei tumori. I tessuti sani lasciano passare senza interazione la luce all'infrarosso mentre i tumori maligni reagiscono a questo tipo di luce.
Le ricerche nel campo delle nanotecnologie per applicazioni nello spettro dell'infrarosso della luce conoscono attualmente uno slancio considerevole. Nel gennaio 2005, Ted Sargent ha messo a punto un materiale che permette di raccogliere l'energia luminosa dell'infrarosso. L'ultima scoperta permette di decuplicare la potenza di una fonte luminosa infrarossa. Le applicazioni di queste scoperte rivoluzionano, senza dubbio, campi molto diversi, dalla medicina all'informatica, dall'energia alla difesa.
Contatti: ted.sargent@utoronto.ca, ekumache@chem.utoronto.ca
Fonte: BE ADIT Canada

Biotecnologie agroalimentari

Cellule vegetali producono anticorpi contro l'epatite B
Fin dall'inizio del 20° secolo gli anticorpi provenienti da siero immune hanno giocato un importante ruolo nel trattamento di molte malattie infettive, compresa l'epatite B. Il trattamento comporta la somministrazione di anticorpi, ottenuti da donatori sia animali che umani, a pazienti sofferenti della malattia. Quando si preparano gli anticorpi da sieri di donatori, devono essere rispettati rigorosi standard di sicurezza. Inoltre, i costi di produzione, e di conseguenza i costi al consumo, sono alti, spesso rendendo la cura una scelta proibita, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Per questa ragione i ricercatori hanno rivolto la loro attenzione altrove per trovare altre possibilità per trattamenti su vasta scala.
La produzione di farmaci in piante geneticamente modificate appare una strada promettente per tagliare i costi e ottenere, nel contempo, un'ampia gamma di vantaggi. Uno dei vantaggi è che le cellule vegetali, non solo hanno meno agenti infettivi umani delle cellule dei mammiferi, ma crescono anche più facilmente in coltura. Un secondo vantaggio è che le piante cresciute in serra, o in campo, richiedono pochissime risorse rispetto ai metodi tradizionali di produzione. Le piante non richiedono niente di più che terreno, luce, acqua e un po' di concime per prosperare. Con le piante, è facile portare la produzione al livello di scala desiderato e tutte le fasi richieste per l'espressione degli anticorpi, tipo il ripiegamento delle proteine, l'assemblaggio e la glicosilazione avvengono naturalmente nelle piante.
Su questa base, un gruppo di ricerca congiunto del Japanese National Institute of Public Health, e della Tokai University School of Medicine di Isehara (Giappone), ha condotto un esperimento in cui un gene che codifica per anticorpi monoclonali umani contro l'antigene di superficie del virus dell'epatite B è stato inserito in colture di piante di tabacco.
Una volta che i ricercatori sono stati in grado di confermare che le colture stavano producendo gli anticorpi, hanno purificato gli anticorpi monoclonali e testati per la citotossicità complemento dipendente che per l'affinità relativa al corrispondente antigene virale di superficie, ambedue aspetti importanti degli anticorpi clinicamente efficaci.
Dopo lo svolgimento di questi test, i ricercatori hanno riscontrato che gli anticorpi risultavano funzionalmente equivalenti a quelli ottenuti dai mammiferi, e che si erano anche espressi nelle quantità attese da un sistema di produzione vegetale.
Benché questi risultati, pubblicati nel Journal of Medical Virology, abbiano portato ottimismo sul futuro dei sistemi di espressione transgenica e sul loro uso clinico, rimane un problema da risolvere. Sarà necessario, ad esempio, "umanizzare" gli zuccheri vegetali o i modelli di glicosilazione, per assicurare che siano accettati dal corpo umano. Questi modelli sono aggiunti alle proteine durante la sintesi, e sono diversi tra l'uomo e i vegetali.
Una volta risolta la questione dei modelli di glicosilazione, gli anticorpi prodotti nelle piante transgeniche dovrebbero fornire una via sicura ed economica per combattere le molte malattie infettive nel mondo odierno. Attualmente il gruppo sta ricercando investitori interessati ed altri laboratori desiderosi di collaborare alla continuazione della ricerca in questo campo.
Contatti: dr. Akira Yano, e-mail: akiray@niph.go.jp
Per maggiori informazioni: Mark Finlayson, e-mail m.finlayson@stud.unibas.ch
Fonte: www.checkbiotech.org



Settembre 2005

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