Ambiente Risorse Salute
Rivista e dossier del Centro Studi l'Uomo e l'Ambiente - Padova
direttore Domenico Ceravolo
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INFORMAZIONI INNOVATIVE
da Ambiente Risorse Salute
Bimestrale su carta

Questa selezione informativa è finalizzata a mettere in risalto innovazioni
scientifiche e tecnologiche funzionali allo sviluppo sostenibile
.
Immettiamo in rete quanto già pubblicato su "Ambiente Risorse Salute"

dal n. 103 (aprile/maggio 2005)


Indice delle rubriche:

Ambiente

Energia

Nanotecnologie

Idrogeno e Innovazione

Alimentazione e Salute

Biotecnologie agroalimentari


Ambiente


Studiare la biodiversità delle città

Nelle città si crea una particolare natura, nelle isole di verde o in spazi incolti, dove si sviluppa una certa biodiversità. Talvolta questi spazi sono invasi da particolari specie. Lo studio dell'evoluzione della biodiversità urbana contribuisce a prevedere e a gestire queste invasioni.
In città, il paesaggio, gli spazi boscosi, i giardini e le specie animali che vi sono ospitate sono sottoposti a forti influenze umane. Alcune municipalità organizzano questi spazi con il duplice intento di offrire un luogo di elevata qualità di vita e di proteggere l'ambiente e la biodiversità e, perciò, diversificano gli spazi verdi, spaziando dal parco, al giardino botanico, agli spazi naturali lasciati liberi. Ora, se questi luoghi di distensione e di piacere sono molto apprezzati dai cittadini, le collettività locali sono spesso impreparate ad affrontare l'invasione di specie, come lo storno o il gabbiano comune, che s'insediano numerose negli spazi verdi urbani.
Comprendere le modalità d'insediamento della flora e della fauna in questi spazi appare oggi indispensabile sia per la tutela della biodiversità che per la prevenzione dei rischi e la definizione di una corretta gestione delle popolazioni invasive.
Negli ambienti urbani si creano isole di verde e nicchie ecologiche vuote, particolarmente propizie alla colonizzazione da parte delle specie invasive, che sono anche indifferenti alla presenza umana. Per spiegare l'evoluzione della biodiversità di questi ambienti, è interessante caratterizzare l'insieme delle specie in funzione della loro capacità di insediamento. A questo scopo, il gruppo "Gestione di popolazioni invasive" della Stazione comune di Ricerca in ittiofisiologia, biodiversità e ambiente dell'INRA di Rennes, ha analizzato popolazioni di passeracei di 12 città e loro dintorni. I primi risultati mostrano un'omogeneità delle avifaune urbane e una ripartizione delle specie in due gruppi secondo la loro risposta alle influenze antropiche. Numerosi elementi della storia di queste specie, che riflettono molto spesso la loro tolleranza ai vincoli ambientali, caratterizzano questi gruppi. Ad esempio, gli uccelli del gruppo "resistente", formato da specie comunemente insediate in città, sono sedentari, mentre quelli del gruppo "sensibile", costituito da specie sistematicamente assenti dalle città, sono migratori. Inoltre, le caratteristiche che favoriscono l'invasione dell'ambiente urbano sono simili a quelle propizie all'invasione di un'isola. Ciò suggerisce che l'ambiente urbano potrebbe essere utilizzato per l'analisi raffinata dei processi d'invasione e di adattamento delle specie a nuovi ambienti.
Ecorurb (un programma multidisciplinare per individuare gli invasori biologici e prevenire i rischi), studia l'ecologia dell'interfaccia tra ambiente rurale e urbano, è un programma (2003 - 2012) coordinato dall'Inra, che associa 10 gruppi di ricerca dell'Inra, del CNRS, delle Università di Rennes 1 e 2, con la città di Rennes e la sua area metropolitana.
Il progetto, nel periodo 2003 - 2012, persegue l'obiettivo di comprendere gli effetti dell'urbanizzazione sulla biodiversità locale e sull'emergenza di rischi biologici. Numerose stazioni distribuite lungo un percorso città - campagna, dal giardino botanico di Thabor al centro urbano di Rennes fino ad una zona boscosa, permetteranno di analizzare la biodiversità in ambiente urbano e perturbano. Una ricerca analoga è realizzata intorno ad Angers. I risultati dovrebbero permettere di caratterizzare meglio le specie presenti o colonizzanti questi ambienti e i fattori di evoluzione della biodiversità imputabili all'urbanizzazione. Permetteranno di prevedere gli scambi biologici tra città e campagna, le specie invasive e i loro impatti e di orientare le pratiche di gestione degli spazi naturali urbani.
Per maggiori informazioni: Philippe Clergeau, CNRS Rennes
Fonte: INRA France, w3.inra.fr

Sequenziato genoma di Rhodococcus: applicazioni pratiche notevoli

All'Università della Columbia Britannica (UBC), un'equipe internazionale diretta da tre microbiologi ha terminato il sequenziamento del batterio del suolo Rhodococcus sp. RHA1, finora il maggiore genoma batterico conosciuto. Il lavoro è stato realizzato interamente in Canada.
Il prof. Lindsay Eltis rileva che un lavoro iniziato con lo scopo di conoscere meglio l'attività di degradazione degli inquinanti tossici da parte dei batteri ha avuto come conseguenza anche la possibilità di produrre antibiotici e farmaceutici a prezzi inferiori.
Il sequenziamento del genoma del batterio ha consentito di comprendere le basi fisico - chimiche dell'eccezionale attitudine di questo organismo a degradare i PCB e altri rifiuti tossici, e ad adattarsi ai fattori aggressivi dell'ambiente.
I microrganismi come il Rhodococcus sp. RHA1 possono degradare composti organici complessi, fra cui gl'inquinanti ambientali, in quanto possiedono potenti capacità cataboliche e grande plasticità genetica.
La ricerca ha anche permesso di constatare le analogie tra i batteri Rhodococcus e gli streptomiceti, una famiglia di batteri che produce più del 70% degli antibiotici utilizzati. Si spera che l'utilizzo delle conoscenze acquisite su questo genoma consenta ad altri gruppi di ricerca nel mondo di mettere a punto nuovi antibiotici e altri prodotti farmaceutici.
Il sequenziamento e l'assemblaggio del DNA sono stati effettuati presso il Michael Smith Genome Science (GSC), mentre l'analisi della sequenza e la ricerca sperimentale successiva hanno avuto luogo al Microbial Envirogenomics Group, sempre dell'Università della Columbia Britannica. Il direttore della ricerca afferma che la sequenza è di grande qualità i dati sono utilizzabili con fiducia dalla comunità scientifica internazionale.
Per ulteriori informazioni: Linda Bartz, direttrice comunicazioni di Genome Columbia Britannica, e-mail Ibarz@genomebc.ca
Fonte: www.genomecanada.ca/media

Energia

Un kit fotovoltaico anti black-out

È disponibile sul mercato il kit fotovoltaico INDIPENDENT, ideato da Helios Technology per soddisfare i sovrappicchi di potenza, in eccesso rispetto ai 3 kW tradizionali di un contratto base di fornitura elettrica per uso domestico.
L'utilizzo contemporaneo di più elettrodomestici in un'abitazione può portare al superamento della soglia di potenza consentita e il verificarsi di un conseguente black-out da sovraccarico. È proprio in casi come questo che il kit fotovoltaico entra in azione, come sistema ausiliario di corrente, immettendo direttamente in rete la quota di elettricità richiesta in eccedenza.
Secondo lo stesso principio, il kit è stato concepito per ovviare al verificarsi di black-out dovuti invece ad interruzioni nell'erogazione di elettricità da parte del fornitore. Immettendo nella rete dell'abitazione l'energia necessaria per alimentare freezer, antifurto, apricancello ed altri apparecchi, il corredo fotovoltaico (costituito da alimentatore, modulo, regolatore di carica, batteria e inverter) è in grado di garantire la continuità del servizio.
Grazie alla messa a punto dell'inverter da 500 VA, ottimizzato per applicazioni fotovoltaiche e predisposto per essere collegato all'impianto elettrico di una comune abitazione, è inoltre possibile stabilire un sistema ibrido in grado di integrare l'energia fornita dalla rete tradizionale con quella prodotta dallo stesso kit. Trasformando la tensione da corrente continua a corrente alternata, l'inverter rende immediatamente disponibile l'energia proveniente dal generatore fotovoltaico. La percentuale di risparmio che si riscontrerà in bolletta sarà proporzionale alla quota di energia "home made".
Per ulteriori informazioni: www.heliostechnology.com

Da Mitsubishi una vettura elettrica, nel 2010

Mitsubishi motors annuncia di voler introdurre, sul mercato giapponese, una vettura elettrica per il 2010.
Per lo sviluppo dell'auto elettrica è utilizzata una Colt, equipaggiata, per ora, con motori elettrici posizionati dietro ciascuna delle ruote posteriori e con batterie a ioni di litio ultra efficienti. L'autonomia sarebbe di 150 km a pieno carico e il costo di rifornimento si collocherebbe intorno al 75% di quello di veicoli a benzina della stessa dimensione.
Mitsubishi prevede di vendere da 4000 a 5000 veicoli il primo anno, principalmente ad imprese e istituzioni governative.
Contatto: Mitsubishi Corporation, www.mitsubishi-motors.co.jp
Fonte: ADIT BE Giappone

Elettricità diretta dal carbone

Negli Stati Uniti, presso il californiano Lawrence Livermore National Laboratory, sono state realizzate delle celle a combustibile che convertono direttamente il carbone in energia. Le Direct-Carbon Fuel Cell (DCFFC) anziché impiegare un combustibile gassoso, di solito l'idrogeno, sono alimentate con uno slurry (impasto semiliquido) composto da un carbonato fuso (di litio, sodio o potassio) e particelle di carbone estremamente fini (10 - 1000 nanometri di diametro). Lo slurry stesso costituisce il componente anodico. Diversamente dalle tradizionali celle a carbonati fusi (MCFC, Molten Carbonate Fuel Cells), in cui il carbonato costituisce l'elettrolita, a mantenere la massa fusa separata dal comparto catodico c'è un separatore ceramico, alimentato ad aria, che permette al contempo la migrazione degli ioni carbonato tra anodo e catodo. La temperatura di funzionamento è di 750 - 850 °C.
Secondo il gruppo di ricerca statunitense, la resa elettrica della cella si aggira intorno all'80% e la potenza è pari a 1 kW/m2, sufficientemente elevata per applicazioni pratiche. La tecnologia è complessa, ma se riuscirà ad affermarsi, vedremo il carbone competere con il gas anche nelle celle a combustibile.
Fonte: tp trend, EniTecnologie

Battelli da crociera a biodiesel solcano il San Lorenzo

Il progetto BioMer ha fatto navigare dodici battelli da crociera sul fiume San Lorenzo, in Canada, con il solo biodiesel. Le prove sono state realizzate tra giugno e ottobre del 2004 e hanno permesso di confermare l'efficacia del biodiesel come carburante di sostituzione.
Il progetto BioMer è il risultato di impegni concordi di tre partner principali: Innovation Maritime, il Gruppo Sine Nomine e Rothsay-Laurenco, unico produttore di biodiesel del Quebec. I promotori del progetto hanno potuto beneficiare del sostegno finanziario dei governi del Canada (323.000 $) e del Quebec (25.000 $). Il progetto ha richiesto anche la collaborazione di aziende di navigazione di crociera pronti a utilizzare il biodiesel puro (B100). Rothsy-Laurenco, una filiale del Gruppo alimentare Maple Leaf che ha fornito il biodiesel, è la stessa che aveva partecipato al progetto Biobus con la città di Montreal. Il biocarburante utilizzato per il progetto BioMer è prodotto con residui alimentari, come oli di fritture e grassi animali (abbondanti dopo la crisi del morbo della mucca pazza). La valorizzazione di questi rifiuti rinnovabili offre una resa energetica migliore rispetto al ricorso al mais per la produzione di etanolo.
In totale, sono stati utilizzati 117.000 litri di biodiesel per le crociere. La sua utilizzazione ha consentito di evitare l'emissione di 365 ton CO2, solo nell'ultima estate. Inoltre, l'inquinamento atmosferico causato dai battelli è stato ridotto, migliorando la qualità dell'aria sul lungofiume. In seguito al successo del progetto BioMer, Innovation Maritime lancia, per l'estate, un progetto per verificare l'efficacia del biodiesel per i generatori delle navi del Porto di Montreal.
Benché efficace, il biodiesel non è ancora competitivo sul mercato in rapporto al diesel tradizionale. Una detassazione di circa 0,30 $ al litro, richiesta al governo provinciale, è necessaria perché i consumatori che desiderano utilizzare questo carburante non siano penalizzati finanziariamente. L'attuale governo, appena insediato, aveva annullato la detassazione accordata dal Partito del Quebec nell'ultimo bilancio, sull'onda del successo del progetto Biobus. La produzione del Quebec è oggi inviata in Ontario, che ha adottato la detassazione.
Il problema del biodiesel c'è anche negli Stati Uniti. Il presidente Bush punta ormai sui carburanti prodotti localmente per ridurre la dipendenza del paese dal petrolio estero. Visitando uno stabilimento di biodiesel in Virginia, Bush ha, recentemente, sollecitato il Senato americano ad adottare un progetto di legge sull'energia, fermo da più di 4 anni. Ora, contrariamente al biodiesel del Quebec che utilizza residui, lo stabilimento della Virginia produce il carburante partendo dalla soia. Bush punta ad aumentare fino a 19 miliardi di litri la produzione di biocarburanti, negli USA per il 2012, rispetto agli attuali 114 milioni di litri, e sottolinea quanto i biorcarburanti siano vantaggiosi per i produttori agricoli americani.
Per maggiori informazioni: www.biomer.ca/.../ index3.html
Fonte: www.centrehelios.org.

Energia eolica per idrogeno, in Canada

Un ambizioso e innovativo progetto canadese si propone di utilizzare l'energia eolica combinata allo stoccaggio dell'idrogeno per rispondere ai fabbisogni energetici di una comunità dell'Isola Principe Edoardo.
Finanziato all'80% dal governo federale canadese e da quello provinciale dell'isola, il progetto di 10,3 M$ riunisce un consorzio di partner pubblici e privati, fra cui la Prince Edward Island Energy Corporation e l'impresa Hydrogenics Corporation dell'Ontario.
L'isola è stata scelta per realizzare il progetto per la possibilità di sfruttare il vantaggio delle sue dimensioni e delle sue risorse eoliche. È un modello di microcosmo ideale dell'economia all'idrogeno.
L'annuncio del progetto Wind-Hydrogen Village, è avvenuto a fine aprile, presso il parco eolico North Cape, alla punta est dell'isola. Questo parco produce da fonti rinnovabili già il 5% dell'elettricità dell'isola, che si propone di sviluppare tali fonti fino al 15% da qui al 2010. Va rilevato che l'Isola Principe Edoardo registra il costo dell'elettricità più elevato del paese.
North Cape accoglierà le nuove installazioni previste dal progetto, fra cui una stazione di produzione di idrogeno, un sito di stoccaggio e un sistema di controllo integrato "energia eolica - idrogeno e eolica - diesel".
L'obiettivo è produrre idrogeno con l'energia eolica per creare elettricità primaria ma anche riserve per alimentare abitazioni, edifici amministrativi, un complesso industriale nonché un'impresa agricola. Nel settore trasporti, l'idrogeno prodotto alimenterà autobus e veicoli industriali muniti di pile a combustibile. Si conta inoltre di introdurre un battello turistico alimentato ad idrogeno.
Per tre anni, questa vetrina tecnologica esporrà concretamente e in tempi reali le possibilità (e anche i limiti) di un sistema energetico durevole e pulito. Si potrà vedere un sistema completo di tecnologie dell'idrogeno e delle pile a combustibile. I partner sottolineano che queste soluzioni saranno facilmente adattabili altrove in Canada, in particolare nelle comunità insulari e fuori rete.
Benché innovatore, questo progetto non è l'unico del suo genere. In Argentina il villaggio di Koluel Kaike, situato a 2000 km a sud di Buenos Aires, sarà il sito di un progetto che mira a produrre idrogeno a partire da energia eolica. Ciò sarà possibile grazie a Vent-Hydrogène, un progetto che beneficia del sostegno del Centro internazionale per le tecnologie dell'energia idrogeno, un organismo delle Nazioni Unite (ONU). Analogo progetto eolico - idrogeno è in attuazione in Norvegia.
Per maggiori informazioni: http://www.newswire.ca/
Fonte: www.centrehelios.org

Nanotecnologie

Le nanotecnologie e il cemento

Tra i materiali inventati dall'uomo, il calcestruzzo è quello più prodotto nel mondo. Tuttavia, essendo la sua produzione fortemente energivora e grande produttrice di anidride carbonica, i cementifici figurano fra le industrie che liberano maggiori quantità di gas ad effetto serra, ossia il 6% delle emissioni annuali, nel mondo.
Le nanotecnologie possono essere utilizzate per comprendere meglio le proprietà del calcestruzzo, a scala infinitamente piccola, e per utilizzare i risultati nella creazione di materiali più resistenti e duraturi con mezzi di produzione più ecologici.
Un'equipe dell'Istituto di Ricerca delle Costruzioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche del Canada (IRC-CNRC) propone materiali innovativi all'industria delle costruzioni. Più particolarmente, i ricercatori J. Beaudouin, J. Raki, J. Makar e L. Mitchell lavorano allo sviluppo di nuovi cementi, calcestruzzi e coadiuvanti. Innanzitutto essi hanno concentrato le loro ricerche sui cementi che richiedono poca energia e sui nanocompositi, nonché su nuove tecniche di assestamento delle particelle e di liberazione controllata dei coadiuvanti. Il cemento idrato è un materiale disseminato di pori, di dimensione variabile dal nanometro al millimetro. Questi pori sono un dei principali punti deboli del calcestruzzo, poiché lasciano passare i cloruri e altri sali che provocano fessurazioni. Un approccio a scala nanometrica della materia ha permesso ai ricercatori di superare alcuni problemi legati alla porosità del cemento idrato. Così, l'aggiunta di nanoparticelle di calcestruzzo aumenta la durata del materiale ostruendo i pori. I risultati osservati testimoniano una porosità superiore a quella ottenuta con i fumi di silicio attualmente utilizzati. Peraltro i ricercatori hanno constatato un netto miglioramento della resistenza del calcestruzzo in seguito all'introduzione di nanotubi di carbonio, la cui resistenza impedisce la propagazione delle fessure, favorendo nel contempo la nucleazione.
Le nanotecnologie sono sul punto d'introdurre grandi cambiamenti nel mondo dell'industria.
Per ulteriori informazioni: Jonathan M. Makar, jon.makar@nrc-cnrc.gc.ca
Fonte: ADIT BE Canada

Microelettronica: verso un transistor unimolecolare

Il gruppo di ricerca del dottor Robert Wolkow, professore di fisica all'università di Alberta (CA), titolare di una cattedra di ricerca in nanotecnologie dell'informazione e della comunicazione, ha dimostrato che sarebbe possibile costruire circuiti elettronici a scala molecolare. È una conquista che potrebbe polverizzare i limiti convenzionali che regolano la tecnologia dei transistor e condurre a componenti microelettronici ancora più piccoli, più rapidi e meno cosatosi. Il gruppo di sviluppo delle tecnologie a scala molecolare dell'Istituto Nazionale delle Nanotecnologie del NRC (National Research Council) canadese, ha pubblicato un rapporto sull'argomento numero di giugno di Nature.
Wolkow afferma che è possibile caricare un'unica molecola, mentre quelle circostanti restano neutre, e farle giocare, così, il ruolo di un transistor di base. I transistor controllano il flusso di corrente nella maggior parte delle apparecchiature elettroniche e sono combinati per formare dei circuiti stampati. Questi stessi circuiti stampati sono utilizzati nei microprocessori e nei chip di memoria che comandano tutta l'elettronica che ci circonda, computer, telefono portatile ed elettrodomestici. Mentre i transistor tradizionali possono utilizzare un milione di elettroni per modificare la corrente, il gruppo di Wolkow è riuscito a controllare la corrente che attraversa una molecola di idrocarburo attivando uno solo dei suoi atomi.
Inoltre, mentre la strada da percorrere per le applicazioni pratiche resta ancora lunga, il progetto testato dal gruppo risponde perfettamente alla definizione di transistor, con tre terminali: "in", "out" e un'uscita di controllo. Per risolvere i problemi di scala, è impossibile connettere una molecola a dei "fili" conduttori tradizionali, la molecola transistor è stata collocata su una superficie di silicone preliminarmente esposta all'idrogeno in modo che ciascun atomo di silicone fosse ricoperto da un atomo di idrogeno; quando si trascina quest'atomo di idrogeno su un atomo di silicone, questo può svolgere la funzione di conduttore mentre gli altri atomi restano neutri. La punta di un potente microscopio a scansione serve quindi da interruttore on/off.
Per ulteriori informazioni: Robert Wolkow, www.phys.ualberta.ca/~wolkow/
Fonte: ADIT BE Canada

Idrogeno e innovazione

Stoccaggio di H2 nel magnesio


Lo stoccaggio dell'idrogeno, nelle vetture che funzionano con celle a combustibile, può migliorare di gran lunga aumentando la temperatura di funzionamento della cella. Utilizzando polvere di magnesio, lo stoccaggio dell'idrogeno può diventare più sicuro e più efficace ed attuato ad una temperatura più elevata. Questa è la conclusione di una tesi dell'università tecnica di Delft.
Uno dei problemi posti da una maggiore utilizzazione dell'idrogeno è il suo stoccaggio per i veicoli. Attualmente, questo problema è affrontato con lo stoccaggio del gas ad alta pressione o a temperatura molto bassa. La scelta della pressione elevata è conveniente per gli autobus che dispongono dello spazio per contenere numerosi cilindri ad alta pressione. Nelle vetture, si pongono problemi di spazio e di sicurezza (del resto la pressione nei contenitori GPL è limitata a 10 bar contro 350 bar nei cilindri ad alta pressione dei bus). È questa la ragione per cui la tesi ha studiato le possibilità di stoccaggio dell'idrogeno in magnesio in polvere. Lo stoccaggio dell'idrogeno in questo genere di ibrido metallico non è un nuovo, sono necessarie, però, troppa energia e una temperatura molto elevata per estrarre l'idrogeno, e questo incide molto negativamente sull'efficienza del procedimento. Potendo far funzionare le celle ad una temperatura superiore al normale (250° C invece di 80), l'eccesso di calore della cella potrebbe essere utilizzato efficacemente per estrarre l'idrogeno dal serbatoio. Ciò renderebbe l'opzione dello stoccaggio con la polvere di magnesio molto interessante.
Contatto: H.G., Schimmel@iri.tudelft,nl.
Fonte: ADIT BE Olanda

Stoccaggio di H2 per l'uso nei trasporti

Ricercatori coreani e canadesi hanno scoperto un metodo semplice e poco costoso per stoccare il 4% di idrogeno in "gabbie", solidi chiamati "clatrati" o idrati di gas, strutture solide formate di acqua e gas, a pressione moderata.
Questo metodo consiste nel raffreddare a 4 °C, ad una pressione di 120 atmosfere, una miscela di acqua e di tetraidrofurano (THF), una molecola organica, aggiungendovi idrogeno. Viene così ottenuto un solido contenente 4 grammi di idrogeno ogni 100 grammi. Torna alla pressione atmosferica, il solido si decompone e si recupera l'idrogeno. Senza il THF, per mantenere l'idrogeno confinato nelle gabbie, sarebbe necessario applicare una pressione di 200 atmosfere.
Questo metodo di stoccaggio è poco costoso, senza rischi per l'ambiente e riciclabile. Poiché il solido si decompone lentamente, è anche adatto per le pile a combustibile. Se necessario, si può accelerare la liberazione dell'idrogeno riscaldandolo. La formazione dei clatrati richiede poca energia, ma è lenta. L'inconveniente maggiore è la necessità di conservare il solido sotto pressione e a temperatura inferiore a quella ambiente.
Si può prevedere che altre molecole organiche oltre a THF possano formare clatrati nei quali stoccare meglio l'idrogeno. Il processo fisico di stoccaggio e le forze che agglomerano le molecole d'idrogeno non sono ancora ben conosciuti. Questo metodo potrebbe fornire, probabilmente entro un decennio, idrogeno alle nostre vetture, ma ciò richiederà una molecola organica che stabilizza l'idrogeno nelle gabbie a temperatura più elevata, e più rapidamente, nonché l'ideazione di serbatoi specifici per le vetture.
Per ulteriori informazioni: Gyan Johari: joharig@mcmaster.ca
Fonte: ADIT BE Canada

Alimentazione e salute

Alluminio e imballaggi alimentari

L'alluminio è sicuramente uno dei materiali di maggiore impiego nella produzione di imballaggi e contenitori destinati al contatto con gli alimenti. In Italia, attualmente, l'alluminio non è regolamentato in modo specifico ma rientra nelle disposizioni di carattere generale del D.L. 25 gennaio 1992, n. 108 del e del D.P.R. 23 agosto 1982, n. 777. Per ottenere gli elementi tecnici utili all'elaborazione di una normativa specifica l'Istituto Superiore di Sanità (in particolare R. Feliciani, M. Denaro, S. Giamberardini, A. Maggio e M.R. Milana del Dipartimento di Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria) ha effettuato numerosi studi sperimentali.Gli studi sono stati effettuati sia sugli alimenti stessi, cotti o conservati nei contenitori in alluminio, sia su simulanti alimentari, che riproducono le reali condizioni d'uso.
I risultati ottenuti in prove effettuate sugli alimenti, nelle reali condizioni di cottura e conservazione, non hanno indicato valori di migrazione tali da lasciar ipotizzare rischi per la salute del consumatore, nelle normali e corrette condizioni d'uso.
Sulla base di dati sperimentali, è stato stimato che il valore di "daily intake" (dose giornaliera) di alluminio, nel caso che tutti gli alimenti tipici di una dieta italiana fossero cotti o conservati in contenitori di alluminio, sarebbe di circa 6 mg/giorno. Tale valore è molto basso se confrontato con il Provisional Tolerable Weekly Intake (PTWI) di 7 mg/kg di peso corporeo/settimana (equivalente e 60 mg/giorno per una persona adulta), stabilito dal Comitato congiunto di esperti FAO/WHO sugli additivi alimentari.
L'alterazione delle caratteristiche organolettiche, spesso riscontrata, può essere molto ridotta conservando gli alimenti in alluminio in frigorifero o congelatore, limitando a non più di 24 ore la permanenza fuori dai sistemi refrigeranti.
Gli studi sperimentali condotti trovano rispondenza nella linea guida specifica sull'alluminio, contenuta nel documento "Linee guida su metalli e leghe destinati al contatto alimentare" del Consiglio d'Europa, del 2001. Le linee guida suddette, non vincolanti a livello nazionale, rappresentano un punto di riferimento per i materiali non regolamentati, come ancora è l'alluminio, o per quelli la cui disciplina è in revisione.
Per ulteriori informazioni: roberta.feliciani@iss.it
Fonte: Notiziario dell'Istituto Superiore di Sanità, marzo 2003

Ai diabetici attivi non giova l'aspartame

Anche se non è uno zucchero, l'aspartame non mette le persone diabetiche che praticano un'attività fisica al riparo dalle variazioni del tasso di glucosio del sangue che possono portare all'ipoglicemia. Infatti, questo prodotto "imita" così bene lo zucchero da tavola che giunge ad "ingannare" non solo le papille gustative, ma anche il sistema di controllo del tasso di glucosio nel sangue (glicemia).
Da molti anni, i ricercatori sanno che nei diabetici (di tipo 2) la pratica di un'attività fisica, dopo un pasto, induce variazioni della glicemia più forti di una seduta di esercizi effettuata a digiuno. Nelle prime due ore successive al pasto, la glicemia dei diabetici si alza, soprattutto se gli alimenti consumati sono ricchi di zuccheri, e ridiscende rapidamente se c'è attività fisica. Più la glicemia raggiunge un livello elevato, più aumentano i rischi successivi d'ipoglicemia indotta dall'esercizio.
Per sapere se gli alimenti che contengono succedanei dello zucchero come l'aspartame provocano anch'essi queste montagne russe glicemiche, ricercatori del centro di ricerche dell'Ospedale Laval a Quebec hanno invitato dieci soggetti diabetici ad una seduta di addestramento di 60 minuti sull'ergociclo. Questa seduta di svolgeva a digiuno o a due ore dopo un pasto zuccherato con saccarosio (zucchero da tavola) o con aspartame. Anche se il contenuto calorico del piatto contenente aspartame era del 20% inferiore di quello con saccarosio, i due pasti hanno provocato un rialzo analogo della glicemia, seguito da un ribasso rapido in coincidenza con l'inizio della seduta di esercizi. Dal canto loro, i soggetti a digiuno non hanno subito variazioni della glicemia. Il cervello reagisce ad pasto contenente aspartame come se si trattasse di zucchero.
Questi risultati riaffermano l'efficacia della pratica regolare di attività fisica come mezzo di controllo della glicemia. Essi dimostrano anche che la pratica dell'attività fisica a digiuno non pone problemi di controllo della glicemia. Per quanto riguarda l'esercizio dopo un pasto, le persone diabetiche devono sapere che la loro glicemia rischia di abbassarsi rapidamente, soprattutto se essa è elevata in partenza, se l'esercizio è vigoroso e se il diabete è grave. L'importante è di anticipare ciò che può prodursi e non credere che l'aspartame può prevenire variazioni rilevanti di glicemia. I ricercatori ignorano per il momento se gli altri succedanei dello zucchero producono il medesimo effetto dell'aspartame nei soggetti diabetici attivi.
Per ulteriori informazioni: annie.ferland.1@ulaval.ca
Fonte: ADIT BE Canada

Pianta con proprietà eccezionali

Il professor Adam Dale, Dipartimento di Orticoltura dell'università canadese di Guelph, sta studiando le proprietà dello spin cervino marittimo. Effettua con il suo gruppo un esame approfondito delle ricadute economiche e pratiche della cultura di questo arbusto nella provincia dell'Ontario. La pianta è originaria dell'Asia e dell'Europa settentrionale, ed è, da anni, utilizzata sulla costa occidentale del Canada come frangivento naturale. Si tratta di un arboscello della famiglia delle ramnacee, può raggiungere un metro di diametro, che produce bacche gialle e arancio, della dimensione di piccole ciliege.
Lo spin cervino marittimo offre numerosi vantaggi. Le sue bacche, benché insipide, hanno proprietà straordinarie: una sola bacca contiene tanta vitamina C quanta se ne trova in 50 arance. Contengono anche quantità rilevanti di acido palmitoleico, che favorisce lo sviluppo del derma, di carotene, e di acidi grassi omega-3, sostanze che giocano un ruolo centrale a livello delle membrane cellulari e intervengono in numerosi processi biochimici dell'organismo.
Oltre alle sue proprietà energetiche e dietetiche, lo spin cervino marittimo ha anche effetti positivi sull'ambiente: ospita nelle radici batteri azoto-fissatori, che mantengono il suolo in buona efficienza, è anche un'efficace barriera naturale.
Il progetto pilota di Adam Dale durerà due anni ed esaminerà la fattibilità della coltivazione e dello sfruttamento industriale dello spin cervino marittimo in Ontario, e i benefici potenziali che se ne possono trarre.
Per ulteriori informazioni: adale@uoguelph.ca
Fonte: ADIT BE Canada

Biotecnologie agroalimentari


Tecnologia per rilevare qualità farine animali

L'Istituto di ricerca olandese TNO ha sviluppato una tecnologia che permette di rilevare concentrazioni anche minime di frattaglie nell'alimentazione animale. TNO spera che questa tecnologia permetta di superare, in tutto o in parte, il divieto di usare farine animali nei mangimi per il bestiame. Utilizzando tecnologie basate sul DNA, è possibile determinare rapidamente e con precisione se interiora di bestiame sono state trattate nel mangimi per gli animali. Anche con concentrazioni molto basse, fino allo 0,1%, è possibile determinare se le interiora provengono da vacche, maiali o volatili. Questo punto è essenziale, poiché ai bovini non possono più essere somministrate proteine animali del loro stesso genere a causa dei rischi legati al morbo della mucca pazza.
Secondo il TNO, i metodi d'indagine attuali per riconoscere le farine animali, come la ricerca microscopica, richiedono molto tempo, sono laboriose e soggette a interpretazione. Questo nuovo metodo può contribuire a consentire l'uso di sottoprodotti della macellazione come alimento animale. Va ricordato che le farine animali sono prodotte con le frattaglie e sono state a lungo utilizzate per l'alimentazione animale, ma sono proibite dal 2000 a causa dei problemi sollevati dal morbo della mucca pazza.
Le farine animali sono una fonte proteica, che in condizioni rigorosamente controllate sono utili alla nutrizione del bestiame. Attualmente, le macellerie devono distruggere le interiora, ciò che costa circa 60 milioni di euro nei paesi-bassi.
Fonte NIS New Bulletin, febbraio 2005.

settembre 2005

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