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Le ambizioni della Francia per il suo futuro agricolo

(dal discorso di François Chirac, in occasione di una visita, il  21 ottobre 2004, ad alcune imprese agricole nella regione di Chantal)

 

“... Vorrei farvi partecipi delle ambizioni della Francia per il suo futuro agricolo, nel momento in cui il governo s’impegna in un dibattito nazionale, sotto l'autorità del nostro Ministro dell'agricoltura, destinato a portare ad una prossima importante legge di orientamento agricolo.

Se c’è una sfida che il mondo rurale ha saputo raccogliere con costanza da mezzo secolo, è proprio quella della modernizzazione della nostra agricoltura. Non è una modernizzazione nel significato strettamente tecnico del termine, ma una vera rivoluzione imprenditoriale e sociale come, credo, nessun altro settore abbia saputo fare: una rivoluzione silenziosa alla quale hanno consacrato tutte le loro energie numerosi responsabili agricoli e politici. La Francia è diventato il primo paese esportatore mondiale di prodotti agricoli trasformati e il secondo esportatore mondiale di prodotti agricoli di base.

Questa trasformazione è anche il prodotto di una politica europea di cui la Francia è stata il motore. Grazie alla politica agricola comune, gli agricoltori francesi sono annoverati attualmente fra i principali attori del mercato mondiale. Grazie a tale politica, una gran parte dei nostri territori rurali è sfuggita al deperimento e talvolta alla desertificazione, e sono stati salvaguardati o creati migliaia di posti di lavoro agricoli e industriali.

Ricordo questo passato perché è ricco d’insegnamenti. Il poter guardare alla nostra agricoltura con fierezza è oggi il risultato di una solida volontà politica nel senso più ampio del termine. E’ anche la conseguenza di una visione globale, che prende in considerazione tutto ciò che l’agricoltura e le nostre industrie agroalimentari apportano al paese in termini di indipendenza nazionale, di potenza economica, di coesione sociale e di valorizzazione del nostro territorio nel suo complesso.

Di fronte all'evoluzioni del mondo, dobbiamo restare fedeli a questa tradizione d’eccellenza e a questa volontà di modernizzazione. Dobbiamo conservare il medesimo spirito, la medesima ambizione, il medesimo approccio d’insieme, la medesima capacità di anticipare i bisogni dell’avvenire.

Le sfide oggi sono innanzi tutto quelle del commercio mondiale e della riforma della Politica Agricola Comune.

Sui mercati internazionali, i nuovi paesi esportatori divengono rapidamente degli attori importanti. Essi beneficiano di un forte potenziale agricolo e di bassi costi di produzione dovuti a pratiche sociali e ambientali poco esigenti, tanto per usare termini leggeri. Occorre dunque organizzarci, modernizzare il nostro modello agricolo in modo che consenta ai nostri produttori di mantenere tutte le loro posizioni sulla scena mondiale. Questo è l’obiettivo! Per raggiungerlo occorre che ci appoggiamo all’Europa, ma anche che si lavori all’evoluzione delle regole del commercio internazionale.

L’OMC deve prestare attenzione perché i prodotti alimentari non sono prodotti come gli altri. E voi potete contare sulla nostra determinazione, mia e del Governo, perché lo sviluppo degli scambi commerciali non avvenga a detrimento né delle garanzie sanitarie, naturalmente, né a danno dei paesi più poveri, ovviamente. In seno all’Unione europea, siamo in grado di dibattere su un piano di parità con gli altri paesi o gruppi di paesi che negoziano. Certo, questa funzione non è sempre facile, come ci insegna, giorno per giorno, una lunga esperienza. Ma noi siamo un grande paese agricolo e, nel quadro europeo, abbiamo la possibilità, se ne abbiamo la volontà, di difendere i nostri interessi.

La seconda evoluzione che noi dobbiamo anticipare riguarda la politica agricola comune. Tale processo non è nuovo, ma è iniziato dieci anni fa.. La riforma della PAC (Politica Agricola Comunitaria), decisa nel giugno del 2003, non è che una tappa del processo iniziato nel 1992, con l’inizio del taglio degli aiuti comunitari e la messa in discussione delle organizzazioni dei mercati.

Queste decisioni sono portatrici di profonde trasformazioni per la nostra agricoltura. Così, il taglio degli aiuti, anche parziale, può avere l’effetto di un ingrandimento delle imprese e di una maggiore iperattività. Occorre anticipare queste evoluzioni, accompagnarle nella loro durata, ma non temerle, perché la riforma della PAC non sarebbe in grado di portare alla messa in discussione delle ambizioni agricole della Francia e dell’Europa. La qual cosa sarebbe contraria ai nostri interessi fondamentali nel mondo. Innanzi tutto perché l’Europa ha bisogno di un’agricoltura forte se vuole padroneggiare il suo destino. Si dimenticano molto spesso le considerazioni strategiche che hanno presieduto all’elaborazione della PAC, la preoccupazione di assicurare l’indipendenza alimentare ad un continente che aveva conosciuto la fame e continuava a conoscere il razionamento all’indomani della guerra, e che non è poi così vecchio. Attualmente, occorre combattere un’idea falsa, anche se largamente diffusa: che l’Unione europea sia autosufficienze, mentre in realtà, importiamo i tre quarti dei nostri bisogni in proteine per l’alimentazione animale.

Oltre agli interessi dell’Europa, la crescita della popolazione mondiale richiede di conservare e sviluppare forti capacità di produzione. Più che mai, dobbiamo guardarci dal ridurre il nostro potenziale agricolo, dobbiamo respingere le sirene di un maltusianismo che non ha alcun fondamento economico e che la storia ha del resto sempre smentito.

Con l’innalzamento del loro livello di vita, evolvono anche le abitudini alimentari di paesi come l’India e la Cina. Mercati immensi, che rappresentano più di due miliardi di abitanti, stanno per aprirsi ai prodotti di qualità o dal forte valore aggiunto, per i quali la Francia occupa una buona posizione. Valga a prova, per esempio, il protocollo che stiamo per firmare con la Cina, con la vendita di centinaia di migliaia di tonnellate di cereali di qualità, e questo è solo l’inizio.

Messi a confronto con questa domanda mondiale potenzialmente in gran crescita, i paesi che, come il nostro, dispongono naturalmente di un potenziale agricolo rilevante hanno una responsabilità internazionale in campo alimentare; una responsabilità per nulla in contraddizione con quella di aiutare i paesi più poveri a sviluppare la loro agricoltura.

Di fronte a questa sfida, siamo in realtà ancora una volta messi di fronte alla scelta di scegliere quale agricoltura noi vogliamo per il futuro: un’agricoltura residuale che relega in qualche modo la maggioranza dei coltivatori nel ruolo di giardinieri della natura? Oppure un’attività di produzione completa, indispensabile alla forza economica di un grande paese e indispensabile per nutrire un mondo in fase di crescita permanente?

[...]

Più ancora che trent'anni fa la situazione internazionale e le potenzialità dell’agricoltura francese ci chiamano oggi a scegliere una politica ambiziosa.
Abbiamo forti carte in mano per trarre vantaggio dalla crescita del commercio mondiale. Più di un terzo degli occupati nella nostra filiera agroalimentare lavora già per l’estero. La nostra agricoltura ha una forte capacità di esportazione, fondata sul grande mercato europeo, naturalmente nostro sbocco principale; è forte nel campo della tecnica e i suoi poli di ricerca sono riconosciuti per il loro valore dappertutto nel mondo. Ha la forza dell’attaccamento che i francesi hanno per il mondo rurale. Essa è forte infine dello spirito d’impresa e del lavoro dei suoi coltivatori.

[...]

Ma per far fronte all'evoluzione del contesto internazionale, per valorizzare tutte le nostre forze, dobbiamo adattare i nostri strumenti giuridici ed economici. Come all’epoca delle leggi di orientamento del 1960 e del 1962, dobbiamo darci il tempo e i mezzi per operare.
Il tempo necessario per preparare l’avvenire ce lo siamo già dato. Io ho fatto in modo che l’ammontare dei crediti per finanziare gli aiuti della PAC sia stabilizzato fino al 2013. Non è stata una battaglia facile. Ringrazio i nostri amici tedeschi per la comprensione che hanno voluto accordare al nostro problema. Il nostro paese, questo accordo, l’ha ottenuto quando nessuno all’epoca vi credeva, si era nell’ottobre del 2002.
Questa decisione è fondamentale; non sarà più messa in discussione. Il lasso di tempo che rimane è in effetti necessario per costruire un quadro ambizioso, che permetta alla Francia di mantenere la sua condizione di grande potenza agricola.
Occorre tempo, ma occorre che ci diamo i mezzi per operare. Occorre dunque dare agli agricoltori i mezzi per esercitare pienamente il loro mestiere, nello spirito d’impresa e di conquista che è sempre stato loro. E’ l’oggetto della legge di orientamento agricolo che sarà depositata in Parlamento, dal ministro dell’Agricoltura prima dell’estate del 2005.

Senza anticipare nulla sulle conclusioni dell'ampio dibattito organizzato dal governo per preparare questa legge, desidero ora insistere su dei punti che mi sembrano essenziali.

Il primo scopo di questa legge di orientamento è di assicurare la competitività della nostra agricoltura. A tal fine bisogna operare su più livelli: alleggerire i carichi e i vincoli, ma anche sviluppare le filiere di qualità, le esportazioni e il progresso tecnico.
Assicurare la competitività della nostra agricoltura, vuol dire innanzitutto alleggerire i carichi e le regolamentazioni eccessive che pesano su di essa.

La riduzione dei costi dipende certamente in primo luogo dagli agricoltori, dai loro metodi di produzione e dalla gestione dei vincoli esterni. Ma molto dipende anche dallo Stato, che deve evidentemente adattare la sua fiscalità all'evoluzione dell’ambiente economico. E’ per questo  che io chiedo al Governo di aprire una concertazione con i rappresentanti delle collettività territoriali al fine di riformare la tassa sulla proprietà fondiaria non edificata. Dobbiamo darci come obiettivo la sua eliminazione progressiva per gli operatori agricoli. Certo una tale riforma si può considerare solo se essa preserva le risorse proprie delle collettività locali interessate. E’ ovvio.

C’è una misura semplice, una misura d'equità, che contribuirà fortemente a preservare il reddito agricolo in un quadro sempre più concorrenziale.

La competitività della nostra agricoltura passerà così, sempre di più, dalla qualità.

Il nostro paese ha tutte le carte per farcela. Qui in particolare, nello Chantal e nell’insieme del Massiccio Centrale, una gran parte dell’attività agricola è orientata verso le filiere di qualità che corrispondono alle tradizioni più profonde della Francia. Dobbiamo investire ancora di più in queste filiere che rispondono alle domande dei consumatori: l’agricoltura biologica, le denominazioni di origine controllata o le etichette, etc. Tutto ciò deve essere incoraggiato.

Vegliare sulla competitività della nostra agricoltura, significa anche darci i mezzi di essere sempre al primo posto tra le nazioni esportatrici. A tal fine, dobbiamo poter contare sulle imprese di trasformazione di dimensione sufficiente ad imporsi su mercati sempre di più concorrenziali. In numerosi settori di produzione manchiamo di una o due imprese leader. Occorre porvi rimedio. E chiamo i responsabili di queste filiere ad intraprendere, con urgenza, i passi necessari.

Se gli addetti s’impegnano risolutamente su questa strada, allora la riforma dei dispositivi di sostegno all’esportazione che è in preparazione e che dovrà figurare nella legge di orientamento, assumerà tutta la sua forza e la sua efficacia. Traendo insegnamento dalla situazione attuale, questa riforma dovrà privilegiare il sostegno più diretto alle imprese.

L'impegno verso le esportazioni è particolarmente necessario in certi campi e penso alla viticoltura. Non accontentiamoci dei dibattiti: dobbiamo agire con priorità per l'esportazione, dove abbiamo registrato dei ritardi, ed è in tal senso che le riforme devono essere condotte.

L’accordo intervenuto nel luglio scorso fra tutti gli attori della filiera viticola, su iniziativa del ministro dell’Agricoltura, s’inscrive in questa prospettiva. Va applicato senza indugi. Ne va dello sviluppo della nostra viticoltura. E’ una responsabilità di tutti coloro che si sono impegnati.

Per sostenere l’esportazione dei nostri vini, quest’accordo prevede il raddoppio dei crediti all’esportazione. E io auspico che queste regole siano estese alla totalità della nostra filiera agro-alimentare e, che a questo titolo, figurino- nella prossima legge d’orientamento.

 

La competitività passa infine per l’innovazione tecnica. Il miglioramento genetico è sempre stato al centro dei progressi agricoli.
Trattandosi delle biotecnologie, e particolarmente degli organismi geneticamente modificati, dobbiamo abbordare tale questione con obiettività, ragione e senza pregiudizi aprioristici, né passioni fuori luogo. Perché si dovrebbe rinunciare alle speranze che hanno fatto nascere per nutrire il pianeta, per lottare contro certe malattie, per sviluppare gli sbocchi non alimentari, per migliorare la qualità dei prodotti o limitare il ricorso a sostanze nocive per l’ambiente? Perché? Certo bisogna essere estremamente vigilanti. E’ necessario saper valutare, selezionare, sperimentare, autorizzare o proibire, e controllare. Tutto questo è il senso del progetto di legge preparato dal Governo,  che mira a fissare un quadro chiaro per queste ricerche e a trasferire le direttive comunitarie applicabili.

 

Con la competitività, la seconda posta in gioco è l’equità, è la parità di qualità della vita tra gli agricoltori e il resto della Nazione. Gli agricoltori contribuiscono alla potenza economica del nostro paese, al suo equilibrio sociale, allo sviluppo armonioso del nostro territorio. E’ giusto che, su un piano personale, essi traggano i frutti dei loro sforzi e dell’arricchimento della Nazione. E’ più che un’esigenza economica e sociale; è anche una questione di rispetto puro e semplice per il contributo da loro dato allo sviluppo del prestigio della Francia.

I coltivatori non devono avere la sensazione di restare ai margini dei progressi della società. Se la protezione sociale degli agricoltori è stata migliorata, in particolare per quanto riguarda il pensionamento, sono assolutamente necessari altri interventi. Così, ad esempio, resta molto importante la durata del lavoro nella coltivazione: per i coltivatori che lo desiderano, occorre sviluppare i mezzi che permettano di ridurla o di gestirla, come il lavoro in comune o altri servizi.

So bene che ciò è molto delicato, ma occorre dare la possibilità a coloro che lo desiderano di profittarne. Il Progetto di legge di Orientamento dovrà mettere in campo dei meccanismi che facilitino e accelerino queste evoluzioni.

La qualità di vita degli agricoltori, e in particolare dei giovani, passa anche per una rivalutazione della nostra politica degli insediamenti. Questa politica deve prendere in considerazione le realtà economiche e sociali e nello stesso tempo le aspirazioni dei giovani coltivatori. Dovremo mirare i nostri sostegni e i nostri interventi, per meglio scegliere, in ogni regione e dipartimento, tra l’incoraggiamento ai nuovi insediamenti e l’appoggio a coloro che si sono installati di recente, e di fronte ai quali dobbiamo tutti assumerci collettivamente una responsabilità.

Assicurare la parità tra gli agricoltori e il resto della Nazione, significa in realtà vegliare su una ripartizione più equa del valore aggiunto creato in seno alle filiere agricole. Troppo spesso, questo valore aggiunto è confiscato dalle imprese e dai distributori che si trovano più vicine al consumatore.

Dobbiamo ristabilire un equilibrio economico più favorevole ai produttori, ponendo a base di ciascuna filiera delle regole stabili e rispettate da tutti. Il rafforzamento delle interprofessioni va evidentemente in questo senso. Dipende in primo luogo dalla volontà degli attori economici. Ma, in alcuni casi, è necessario l’intervento dello Stato.

Penso evidentemente ai dibattiti che oppongono i produttori e la grande distribuzione. [...] Ma l’obiettivo della riduzione dei prezzi non deve finire in una guerra fra prezzi, una guerra distruttiva per i produttori, le PMI, il commercio a dettaglio e anche talora per la grande distribuzione. Una modificazione delle regole in vigore non acquista il suo significato se non si inserisce in un programma concertato di modernizzazione del commercio e di valorizzazione delle PMI.

[...]

La terza posta in gioco è aiutare gli agricoltori a far fronte ai rischi molteplici caratteristici dell’attività agricola. I rischi climatici, di certo, ma anche i rischi sanitari e le fluttuazioni dei prezzi ai quali sono sempre più direttamente esposti dall’evoluzione della PAC e dalla concorrenza internazionale.

A livello comunitario, quest’approccio si concretizzerà nell’attuazione della riforma della PAC. Abbiamo ottenuto dall’Unione europea l’impegno di introdurre nuovi dispositivi di gestione di crisi: la Commissione formulerà proposte in questo senso prima della fine di quest’anno.

A scala nazionale, stiamo anche impegnandoci in un programma ambizioso di sviluppo delle assicurazioni. Questo programma che beneficerà del sostegno pubblico, sarà gestito in concertazione con gli operatori nell'ambito di un’agenzia specializzata.

 

La quarta posta in gioco, infine, è un’agricoltura rispettosa degli equilibri ecologici. Gli agricoltori vi s’impegnano da numerosi anni. Essi devono essere aiutati e incoraggiati ancora, perché si tratta di uno sforzo di lunga lena e di pesante responsabilità.

La promozione di un’agricoltura ecologicamente responsabile non è una scelta: è una necessità. Che si tratti della protezione delle acque o dei paesaggi, della lotta contro le inondazioni, del buon uso dell’irrigazione o del benessere animale, devono essere fatti ulteriori progressi. Gli agricoltori vi sono preparati, io lo so, se noi li facciamo insieme a loro e non contro di loro. Ai regolamenti complessi e spesso contraddittori, bisogna preferire una prassi partecipativa e volontaria che li impegni direttamente.

Di fronte ai vincoli comunitari che s’impongono, in particolare nel quadro comunitario, noi dobbiamo anche vigilare sull’armonizzazione delle regole e delle modalità di attuazione in seno all’Unione europea. Non devono comparire in questa occasione nuove distorsioni di concorrenza.

L’agricoltura contribuirà anche in modo molto positivo alla difesa dell’ambiente se continuiamo a sfruttare il vantaggio che abbiamo nel campo dei biocarburanti.

Si tratta di una posta di prim’ordine e anche una grande ambizione per la Francia. Io vi dedico un’attenzione del tutto particolare. E da qui al 2007, la nostra produzione di biocarburanti dovrà essere triplicata. E’ la prima tappa di un progetto ambizioso a favore dei carburanti verdi".

[...]

1-12-2004