Ambiente Risorse Salute
Rivista e dossier
del Centro Studi l'Uomo e l'Ambiente
- Padova
direttore Domenico Ceravolo
 
 
Alcune problematiche connesse alla biodiversità
Donato Matassino
 
1. Introduzione
2. Gestione della biodiversità
3. Bioimitazione
4. Tendenza sul pianeta Terra della biodiversità di alcune specie di interesse zootecnico
5. Cenni sulla tutela della biodiversità
6. Conclusioni

7. Opere citate
8. Tabella
9. Figure

1. Introduzione

L'innovazione in agricoltura ha le sue fondamenta, le sue radici, il suo prodromo sulla diversità biologica caratterizzante i vari organismi viventi sul pianeta Terra e compresi in una sfera tassonomica variabile dall'unicellulare al pluricellulare più complesso. È la diversità biologica la fonte inesauribile e rinnovabile da cui attingere le informazioni necessarie per realizzare uno sviluppo sostenibile dinamico, nel tempo e nello spazio, di un bioterritorio, quindi delle relative attività produttive. Queste attività si estrinsecano in una serie di biopoioesi legate a complesse reti cibernetiche che si sublimano teleonomicamente e teleologicamente nel fornire, specialmente, quelle biomolecole di infinita valenza nutrizionale, extranutrizionale e salutistica le quali sono alla base di quel coacervo di eventi caratterizzatisi nel raggiungimento di un benessere dinamico dell'uomo.

L'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (International Union for Conservation of Nature, IUCN), Organizzazione non Governativa, nata nel 1948, allo scopo di supportare la comunità internazionale in materia ambientale, ha evidenziato (1980), in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (United Nations Environment Programme, UNEP), il Fondo Mondiale per la Vita Selvatica (World Wildlife Fund, WWF) e l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (Food and Agriculture Organization, FAO), l'importanza strategica della tutela della variabilità delle forme viventi, definendo la loro conservazione come la gestione delle interazioni umane con la varietà di forme di vita e di ecosistemi per massimizzare i benefici che forniscono oggi e mantenere il loro potenziale per far fronte alle necessità e alle aspirazioni delle generazioni future.
Tale definizione si integra armonicamente con il concetto di sviluppo sostenibiletendendo a esaudire tre esigenze basilari:

(a) la sostenibilità fisica: mantenere invarianti le peculiarità di riproducibilità e di integrità di una risorsa per il futuro

(b) la sostenibilità fisico-biologica: passaggio dalla singola risorsa a quella  di un ecosistema o di un agroecosistema

(c) la sostenibilità fisico-biologico-sociale: inclusione globalizzante della sfera relazionale della vita degli esseri viventi.

Nell'esigenza (c) sono compresi due principi basilari:

(i)  equità intragenerazionale

(ii) equità intergenerazionale.

A questo punto è lecito porsi i seguenti interrogativi: il concetto di sviluppo sostenibile è una moda? È solo un motto politico che eventualmente sarà ignorato dagli scienziati? È altro?
Si è convinti che lo sviluppo sostenibile sia un dovere di responsabilità da affrontare primariamente. Il perseguire uno sviluppo sostenibile significa agire, sia scientificamente che operativamente, in modo da elaborare e da attuare nuovi percorsi in grado di raggiungere traguardi di solidarietà intragenerazionali e ancor più intergenerazionali. Si potrebbe ipotizzare che il prodotto tradizionale tipico etichettato (PTTE) possa costituire un esempio illuminante di uno sviluppo sostenibile, ove la utilizzazione della biodiversità, legata ai vari tipi genetici autoctoni (TGA), di un bioterritorio costituisce elemento insostituibile e fondante per realizzare questo sviluppo sostenibile.

L'espressione biodiversità è stata proposta per la prima volta in occasione del "Forum nazionale sulla biodiversità" (Washington, 1986 ) ed è attribuita a W.G. Rosen.
Il termine biodiversità deriva dalla contrazione in una sola parola dell'espressione diversità biologica.
Il successo del termine è dovuto, in particolare, all'opera intitolata "Biodiversity" di E.O. Wilson e M.P. Peter (1988).

La biodiversità è stata definita dalla Commissione Europea Agricoltura (AG AGRI,1999) come: "…la variabilità della vita e dei suoi processi includente tutte le forme di vita, dalla singola cellula agli organismi più complessi, a tutti i processi, ai percorsi e ai cicli che collegano gli organismi viventi alle popolazioni, agli ecosistemi e ai paesaggi”.

La biodiversità, intesa come espressione di una "diversità di informazione genetica", può essere considerata una vera e propria, se non unica, ricchezza reale.

La conoscenza e l'utilizzazione della biodiversità animale (o vegetale) si possono realizzare attraverso:

(a)      l'identificazione e la conoscenza della risorsa genetica

(b)      la tutela e il monitoraggio dei TGA e/o dei TGAA a rischio di estinzione

(c)      la valorizzazione produttiva

(d)      l'educazione della popolazione al mantenimento della biodiversità.

La parola risorsa deriva dal francese ressource che, a sua volta, deriva dal latino resurgere (= risorgere).
La risorsa può essere definita qualsiasi fonte o mezzo che valga a fornire aiuto, soccorso, appoggio, sostegno, specialmente in caso di necessità.

Il germoplasma autoctono, specialmente antico, rappresenta un tassello importante nel cambiamento che interesserà l'agroecosistema attuale, specialmente per ciò che concerne la necessità di ripristinare il più ampio spettro possibile di differenziazione genetica nelle specie zootecniche allevate, al fine di poter attuare tutte quelle strategie future connesse al raggiungimento di traguardi dinamici, ma propri di un sistema produttivo sostenibile dal punto di vista ambientale.

È merito della diversità biologica il continuo miglioramento qualitativo dell'informazione, quindi del grado di fitness o successo biologico di un dato tipo genetico al variare delle condizioni ambientali.

È la intrinseca divergenza dell'informazione genetica che induce innovazioni, mentre i processi biologici convergenti (differenziamento e sviluppo embrionale) realizzano un progetto genetico legato a informazioni presenti, quindi poco modulabili.

La biodiversità non è la semplice somma del numero di specie che popolano il pianeta Terra, ma è indice di covariazione; ovvero, tutte le specie che popolano un determinato microagroecosistema, sempre dinamico nel tempo, si influenzano reciprocamente, risentono dell'effetto dei fattori abiotici e rappresentano anche il frutto di trasferimenti naturali di segmenti di DNA codificanti polipeptide/i sottoposti a verifiche combinatorie di lunga durata.

La comparsa di nuovi fenotipi, per quanto imprevedibile, non è una produzione dal nulla, ma una trasformazione di precedenti potenzialità grazie alla quale gli organismi partecipano attivamente alla costruzione del microambiente in cui vivono; nel 1907, H. Bergson aveva proposto, nell'opera “L'èvolution crèatrice”, il termine creativo nel senso di èlan vital (slancio vitale) per indicare a capacità di produrre un flusso continuo di novità evolutive. Complessivamente, l'ontogenesi mostra che nel bilancio la fase costruttiva prevale su quella distruttiva: l'albero dei viventi, pur presentando molti rami estinti, si è espanso e si è diversificato con la costruzione di organizzazioni sempre piú autonome e piú complesse; fase costruttiva, identificabile con la  capacità al costruttivismodi un organismo (Matassino, 1989, 1992; Lewontin, 1993, 2004; Matassino et al., 2007).

  È la irriducibile complessità della singola cellula che esplica un ruolo unico, istante per istante, in quanto è sollecitata (informazioni) continuamente da interazioni intra e intercellulari, oltre a quelle tra la struttura organizzata del DNA nucleare e mitocondriale e la miriade di fattori definibili ambientali (non genetici). Questa irriducibile complessità è stata sempre oggetto di discussione come la disputa, mai sopita, del dualismo somatico-germinale di Weissman risalente alla fine del 1800, successivamente (anni 1940-50) ripreso, su base sperimentale e teorica, da Waddington con i concetti di:

(a)   paesaggio epigenetico

(b) canalizzazione dello sviluppo

(c) assimilazione genetica

Il paesaggio epigenetico è identificabile con una serie di percorsi di sviluppo; ogni percorso si origina da uno stadio ove segmenti di DNA attivi danno origine a una diramazione di nuovi percorsi; pertanto, ogni stadio di sviluppo è a sua volta un vero e proprio battistrada per il successivo.

La canalizzazione dello sviluppo comprende tutte quelle modalità comportamentali di un essere vivente concretizzantisi, poi, nella capacità al costruttivismo che si realizza canalizzando lo sviluppo verso le vie alternative al variare delle condizioni ambientali temporanee in un determinato contesto microambientale.Sulla base della filosofia realistica inglese, riconducibile a “L'évolution créaticé” di Bergson (1907), non vi potrebbe essere evoluzione senza canalizzazione fortemente dipendente da uno o più constraint (vincolo). Un constraint è un fattore che costringe a condizionare, sia positivamente che negativamente, i cambiamenti fenotipici in una direzione stabilita dalla storia passata o dalla struttura formale, anziché dal corrente adattamento (Gould, 1989). Questa canalizzazione, secondo Bettini (1972), è resa possibile da dighe che sono identificabili con piani di organizzazione cosmica che ne disciplinano il flusso.

L'assimilazione genetica viene definita come fenomeno consistente in una modificazione fenotipica dovuta a stimoli ambientali e identificabile con la plasticità fenotipica, inizialmente non ereditabile, ma che, successivamente, può diventare trasmissibile nel corso del succedersi di generazioni; grazie a un vantaggio selettivo l'assimilazione genetica viene interpretata dagli evoluzionisti quale manifestazione di una variabilità genetica criptica in un determinato microambiente. Si ritiene che stimoli ambientali possano favorire l'espressione (o manifestazione) di una variabilità genetica latente e i fenomeni relativi, sortiti dall'ambiente dopo uno screening effettuato dalla selezione naturale, possano essere assimilati geneticamente. Quando si verifica questo evento, si parla di fenomeno della capacitazione; fenomeno che si ha a seguito di stress ambientali, il cui effetto si concretizza in una riattivazione di potenzialità genetiche represse estrinsecantisi nella comparsa di nuovi fenotipi.

L'assimilazione genetica e la capacitazione sono due avvenimenti che devono indurre a considerare naturalmente l'importanza del mantenimento di un elevato livello di biodiversità; infatti, la diversità biologica è lo strumento principe che permette alla natura di sincronizzarsi alla velocità dei cambiamenti ambientali e, pertanto, essa svolge un ruolo insostituibile sia come anello di congiunzione del presente con il passato, sia come mezzo utilizzato dagli esseri viventi per il loro divenire biologico.

Ogni essere vivente possiede una propria individualità genomica che, funzionalmente, si evidenzia epigeneticamente.

Da analisi di sistemi produttivi di bioregione o di bioterritorio sono scaturiti comportamenti culturali umani di grande interesse per l'antropologia e per le scienze a questa connesse. Il salto di qualità culturale risiede nel fatto che l'interpretazione della statica e della dinamica antropica di un 'bioterritorio richiede la profonda conoscenza di tutte le variabili del sistema, tra le quali quelle biologiche (diversità, segnatamente) svolgono un ruolo primario nel favorire, in modo diversificato, l'espressione, o la manifestazione, di quella meravigliosa qualità di ciascun essere vivente che è la sua capacità al costruttivismo.
Partendo dalla conoscenza dei profondi e fantastici meccanismi biologici operanti in natura, specialmente del germoplasma antico e autoctono, si è sicuri di contribuire a fornire, alle future generazioni umane, esempi indelebili di vita di relazione, di vita di solidarietà, di vita sociale; in sintesi, a stabilire un insostituibile connubio tra il recupero, la conservazione e la valorizzazione di germoplasma antico e l'evoluzione culturale di un popolo.

La concezione che la diversità biologica è una risorsa implica il suo uso produttivo; essa, cioè, deve generare impiego, migliorare lo stato di salute dell'uomo e fornire altri importanti contributi a una società che prospera grazie alla sua corretta utilizzazione.

La tutela della diversità biologica ha origini molto antiche. In agricoltura, la biodiversità è stata ampiamente valorizzata: i popoli antichi hanno sempre coltivato una vasta gamma di specie, sia per stabilizzare le produzioni, sia per diversificare l'alimentazione. Nel 450 a.C., Artaserse I
normò la utilizzazione delle foreste di cedro del Libano, imponendo tutta una serie di limitazioni nel taglio di questa specie. Anche Carlo Magno (fine 700. inizio 800) impose per legge agli agricoltori l'obbligo di coltivare 90 specie di piante in via di estinzione per evitarne la scomparsa.

La rivoluzione culturale in corso, nella visione e nella gestione del bioterritorio, costituirà l'avvenimento più importante, in un approccio storico, del XXI secolo. Questo cambiamento interesserà tutti i diversi momenti della vita di una comunità di uomini e, probabilmente, sarà la grande novità' del terzo. millennio appena iniziato. Fra l'altro, la priorità dovrà riguardare (Matassino 1992b):

(a)   la rivitalizzazione delle economie tradizionali

(b)   l'inversione delle uscite di risorse

(c)   il blocco della distruzione delle risorse genetiche animali, fungine, microbiche e vegetali autoctone, allo scopo di mantenere elevato il carico genetico' e la variabilità genetica; strumenti principe questi, utilizzati dalla natura per aumentare, negli esseri viventi, la loro capacità al costruttivismo al mutare delle condizioni ambientali

(d)  la modificazione dei modelli attuali di produzione e di consumo, allo scopo di ridurre il loro contributo al deterioramento dell'ambiente e di raggiungere nuovi equilibri fra ambiente e sviluppo sostenibile

(e)   il cambiamento di quegli stili di vita che costituiscono fattori di rischio per la sicurezza di un ecosistema culturale, cioè antropizzato

(f)    il cambiamento culturale nella considerazione dei valori della vita da parte della scuola di ogni ordine e grado, degli organi di comunicazione, dei politici e di quanti hanno funzione di motori di cambiamento (ricerca scientifica, ecc.).

La Commissione per lo sviluppo sostenibile, durante la Conferenza dell'ONU dell'aprile 2000 a New York, cosí si è espressa: "L'agricoltura ha un ruolo speciale e importante poiché assicura la produzione di alimenti e di fibre (e altro); è essenziale per la sicurezza alimentare, per lo sviluppo sociale ed economico, per l'occupazione, per il mantenimento del paesaggio, per la protezione del territorio e delle risorse naturali, nonché per sostenere la vita rurale e la terra".

I fattori di rischio sono connessi all'applicazione del principio di precauzione (Arrow e Fischer, 1974; Epstein, 1980) e di quello di responsabilità (Jonas, 1979). Il principio di precauzione, di non facile adozione, ha indotto Giampietro (2002) a classificare il rischio nelle seguenti
5 categorie, richiedenti ognuna una gestione particolare:

(a)  rischio ordinario (routine risk), che può essere identificato con i rischi piú frequenti

(b)  rischio dovuto a complessità, per i quali si rende necessario un alto livello di modellizzazione (esempi: rischi da industrie che trattano materiali pericolosi, malattie infettive, ecc.)

(c)  rischio dovuto a incertezza associato a risultati variabili, a errori, a ignoranza (esempi: nuove epidemie, malattie come la BSE); tale rischio richiede una gestione precauzionale (precaution – based management)

(d)  rischio dovuto ad ambiguità e quindi altamente controverso (esempi: ingegneria genetica, biochip per applicazioni in campo umano); in tal caso la gestione dovrebbe essere basata sul dialogo (discourse – based management)

(e)  grave pericolo; tale situazione richiederebbe la prevenzione (prevention)

2. Gestione della biodiversità

La società ha il dovere, quindi l'obbligo, di risolvere, fra gli altri, un problema primario: sottoalimentazione e malnutrizione di tante persone presenti sul pianeta Terra (circa 800 - 900 milioni). Trattasi di un cogente dovere politico e morale.

Tuttavia sono opportune alcune precisazioni. Sulla base di uno studio predittivo, nell'anno 2010, la popolazione totale umana sul pianeta Terra ammonterà a circa 7,2 miliardi di individui; nell'anno 2000 (dati elaborati su fonte FAO) la produzione di proteina di origine animale (POA) è risultata pari a 62,120 milioni di t e quella di origine vegetale (POV) è risultata pari
a 105,2 milioni di t; nell'anno 2000, sulla base delle esigenze nutrizionali di una popolazione di 6,056 miliardi di individui, vi sarebbero stati: un deficit di POA pari a 4,2 milioni di t e un surplus di POV pari a 38,7 milioni di t. Nell'anno 2010, per i circa 7,2 miliardi di persone, occorreranno 78,7 milioni di t sia di POA che di POV; pertanto, considerando la produzione dell'anno 2000, vi sarebbero nell'anno 2010, un deficit di POA pari a 16,6 milioni di t e ancora un surplus di 26,3 milioni di t di POV. Dalla (tabella I) emerge che lo squilibrio tra POV e POA era già evidente fin dall'anno 1985. 

 Necessita, pertanto,  individuare nuovi modelli di sviluppo sostenibile, specialmente nel comparto dell'agricoltura inserita in un contesto, oggi, individuabile in quello della ruralità multifunzionale sostenibile. Come ora evidenziato, questi nuovi sistemi produttivi agricoli devono privilegiare quella produzione vegetale occorrente per soddisfare le esigenze alimentari delle diverse specie animali terrestri di interesse zootecnico. Tuttavia, una parte del deficit della POA potrebbe essere colmata da una utilizzazione zootecnica sostenibile di specie acquatiche. Inoltre, queste ultime potrebbero svolgere un ruolo importante e integrativo nella soluzione del problema principe quale la individuazione di nuove fonti di POA. In più, è ormai acclarato che gli acidi grassi polinsaturi a catena lunga [AGP - CL (CL – PUFA, long chain polynsaturated fatty acids)] svolgono un ruolo determinante per il funzionamento dell'encefalo, segnatamente dell'uomo. Si ricorda che questi acidi grassi sono presenti solo nel regno animale; infatti, l'encefalo umano è particolarmente ricco di due AGP-CL: l'acido arachidonico (proveniente dalla serie ω6) e l'acido docosaesaenoico (proveniente dalla serie ω3).

Indubbiamente, uno degli strumenti da attuare e da sviluppare è la tutela della biodiversità agricola e la sua promozione su tutto il pianeta Terra. Solo una forte rivalutazione socio–economica della risorsa genetica animale e vegetale autoctona di un bioterritorio potrà garantire, a tutti gli abitanti della Terra, l'accesso ad alimenti in grado di soddisfare le loro esigenze nutrizionali, extranutrizionali e salutistiche al fine di raggiungere dinamici stadi di benessere.

Gli effetti di questo benessere, fra l'altro, si concretizzano in una naturale riduzione della spesa sanitaria e delle conflittualità internazionali, con la realizzazione di una vita di relazione basata su piú accettabili componenti etici con riferimento, specialmente, ai rapporti interpersonali.

La risorsa fitogenetica e quella zoogenetica autoctone vanno considerate non separatamente, ma come comportamenti di uno stesso microagroecosistema, ove ambedue sono presenti e attive.

Normalmente si registrano varie celebrazioni in occasione della giornata mondiale dell'Alimentazione, promossa dalla FAO, con finalità convergenti verso un unico traguardo: utilizzazione della biodiversità per migliorare la sicurezza alimentare' della persona, soddisfacendo le sue esigenze quanti–qualitative.

Alla luce dei mai sopiti pericoli di un futuro del pianeta Terra, sempre meno sicuro per la vita di qualsiasi essere vivente, la tutela e la rivalutazione socio–economica della risorsa fitogenetica e della risorsa zoogenetica autoctone sono le basi uniche per ottenere adeguamenti ai grandi eventi nei cambiamenti previsti dalle condizioni specialmente climatiche.

Solo l'attività agricola sostenibile sarà in grado di restaurare equilibri agroecosistemici utili alla dinamicità, temporale e spaziale, della vita della popolazione umana, garantendo, cosí, la sicurezza alimentare e il rispetto dell'ambiente.

 La valorizzazione socio–economica di una risorsa genetica autoctona comporta, anche, il ritorno a pratiche agricole di particolare significato per la conservazione del suolo agricolo, quale l'apporto di sostanza organica di origine animale e vegetale. Solo questo ritorno al suolo delle fonti di vita ipogea, accompagnato dalla utilizzazione della biodiversità, può garantire un rallentamento (o un annullamento) della desertificazione.

La ricca vita ipogea, molto sconosciuta, volgerà, in modo sempre più determinante, alla luce di evidenze scientifiche inerenti al rapporto fra attività epigea e quella ipogea di una pianta, verso una sua totale scomparsa. Questo rapporto è fortemente regolato da una rete neurale molto analoga, funzionalmente, a quella degli animali siti nei gradini più elevati della scala tassonomica. L'attività neurale fu intuita da Charles Darwin che, in collaborazione con il figlio Francis, pubblicò, già nel 1880, il libro "The power of movement in plants", in cui gli autori asserivano che gli apici radicali delle piante si comportano come un cervello esteso, simile al cervello degli animali piú semplici.

Ritornando all'uso della biodiversità, si ritiene che l'approccio deve fondarsi sul principio che qualsiasi intervento, teso a migliorare lo stato di iponutrizione e di malnutrizione di una popolazione umana per raggiungere accettabili livelli di sicurezza alimentare, debba preventivamente prevedere un'approfondita analisi delle motivazioni che determinano questo status di disagio nutrizionale.  

La diversità biologica agricola costituisce una fonte rinnovabile per ottenere, fra l'altro, alimenti, indumenti, medicinali e lavoro per la popolazione umana specialmente nei paesi meno sviluppati (PMS = LDC, Least developed Countries). Solo una utilizzazione totale delle risorse genetiche animali e vegetali può contribuire, in modo determinante e risolutivo, a favorire uno sviluppo sostenibile atto a migliorare pienamente la vita di quegli 800 - 900 milioni di persone malnutrite e/o sottoalimentate.

È una sfida a cui si deve rispondere sviluppando sistemi agricoli produttivi atti a soddisfare i bisogni primari, presenti e futuri, di queste popolazioni, insegnando loro, specialmente, a gestire le loro risorse endogene. È acclarato che gli agricoltori e gli scienziati usino, ampiamente, la biodiversità autoctona per migliorare la produzione e la qualità dei prodotti degli allevamenti e delle colture con l'uso di tecniche e biotecniche tradizionali e innovative.

La biodiversità autoctona è un bene insostituibile ed è anche il frutto del lavoro continuo e impegnativo dell'uomo.

Sarà un caso, ma la biodiversità autoctona è particolarmente presente nelle aree tropicali e sub tropicali del pianeta Terra, ove maggiori sono le necessità di uno sviluppo sostenibile foriero di prodotti primari indispensabili per raggiungere accettabili livelli di vita.

Purtroppo proprio in queste zone c'è una scarsa razionale utilizzazione ai fini produttivi delle risorse fitogenetiche e zoogenetiche autoctone. Le varie iniziative, comprese quelle della FAO, non possono che essere concentrate sulla tutela della biodiversità autoctona, allo scopo di una sua utilizzazione per ottenere benefici alimentari, nutrizionali e salutistici da parte delle varie popolazioni iponutrite e/o malnutrite, quindi per realizzare una condizione di benessere accettabile e di uno sviluppo equo e solidale.
È necessario che l'intervento antropico valorizzi, a tutti i livelli e in tutte le condizioni, un'agricoltura mirante a fornire, in una visione globale, beni, ma con ampie garanzie di sviluppo sostenibile, specialmente per evitare che la categoria agricoltore diventi una vera e propria specie a rischio di estinzione, riducendo il rischio che l'agricoltore alzi solo il vessillo di fornitore di alimento economico (Cheap Food)

Con l'uso della biodiversità autoctona verranno eliminati, se non ridotti, gli errori scaturenti da un uso improprio delle risorse endogene di un bioterritorio; tali errori sono legati, fra l'altro: a mancanza di lungimiranza; a inadeguata ricerca scientifica diretta a scoprire le proprietà nutrizionali, extranutrizionali e salutistiche delle varie biomolecole contenute negli alimenti;
ad avidità del sistema economico.

Un effetto fortemente negativo di uno sviluppo non sostenibile e basato sulla non utilizzazione delle risorse endogene di un bioterritorio è quasi certamente il cambiamento climatico in atto. Come dice Hodges (2005), nell'attuale situazione globale, ogni uomo diventa vittima e carnefice contemporaneamente. È un grande paradosso!

La non tutela della biodiversità conduce inesorabilmente alla riduzione, se non alla scomparsa, della fitness, determinandosi una tragedia incalcolabile per il futuro sia dell'uomo che del pianeta Terra nella concezione di Gaia.

Nel settore delle risorse zoogenetiche, una riduzione dei tipi genetici autoctoni sarà foriera, nel medio e lungo tempo, di una catastrofe inaudita se si considera che quasi 4 miliardi di persone (circa il 60%) sono dediti all'attività agricola nei PMS e che circa il 50% di essi dipende per la propria esistenza dall'allevamento animale che, purtroppo, garantisce un basso livello di vita, stante l'attuale condizione di utilizzazione.

Si ritiene che l'uso di alcune biotecniche genetiche, come la transgenesi nel settore degli animali, se non razionalmente finalizzate (produzione di particolari biomolecole per uso farmaceutico, quali a esempio: fattori di coagulazione VIII e IX, proteina C, fibrinogeno, antitrombina III e albumina umana), porterebbe a una riduzione della biodiversità. Infatti, le specie esistenti hanno impiegato milioni di anni per modificarsi e per raggiungere gli attuali, sempre dinamici, equilibri intra e intercellulari eliminando, nel corso dell'evoluzione, tutte quelle mutazioni negative per la conservazione, temporale e spaziale, delle specie stesse.

Altre biotecniche innovative, viceversa, possono costituire o costituiscono utili ausili per evitare il pericolo di estinzione di una specie; queste biotecniche rientrano in quella vasta applicazione di interesse riproduttivo (superovulazione; raccolta e crioconservazione di oociti; raccolta e crioconservazione di liquido spermatico; fecondazione in vitro e strumentale; raccolta, trasferimento e crioconservazione di embrioni; clonazione, ecc.).

Il processo di globalizzazione in atto deve conciliarsi con le esigenze sociali, fortemente diversificate sul pianeta Terra, tendenti a salvaguardare le specificità delle diverse civiltà, frutto di tradizioni e di storie differenti, le quali sono da considerare fattori determinanti per uno sviluppo sostenibile.

L'ottimizzazione dell'uso delle risorse genetiche autoctone, oltre alle altre risorse endogene di un bioterritorio, deve basarsi sull'individuazione di modelli dell'agricoltura sostenibili. Queste nuove strategie permettono di dare nuovo impulso all'economia locale in armonia con una condizione attuale di utilizzazione di tutte le risorse endogene.

La biodiversità autoctona animale e vegetale è la conditio sine qua non per raggiungere traguardi strategici di differenziamento di mercati, specialmente con la valorizzazione di un PTTE. La tipizzazione, a oggi, deve interessare l'intera storia di vita del soggetto produttore e può essere realizzata grazie alla scienza omica (figure 1, 2, 3 ). Un PTTE può rappresentare un importante fonte di biomolecole di valore nutrizionale, extranutrizionale e salutistico in grado di favorire il concetto di nutrizione differenziata.

Ribadendo quanto già sostenuto (Matassino et al., 1991; Matassino, 1992a), alla luce dell'incremento demografico dell'uomo e della sua variazione per categoria, si rende sempre piú indispensabile e auspicabile una visione che tenga conto di una alimentazione, o meglio di una nutrizione differenziata rispetto alle esigenze nutrizionali (meta nutrizionale) in funzione dello status fisiologico dell'individuo (fasi dell'accrescimento e dello sviluppo, gravidanza, allattamento, senescenza, ecc.), al fine di realizzare una personalizzazione della nutrizione in termini di nutrigenetica e di nutriepigenomica.
La nutrigenetica va intesa come la conoscenza della variabilità della risposta individuale a un nutriente sulla base della struttura genetica (genoma) dell'individuo stesso.

La nutriepigenomica va intesa come la conoscenza degli effetti delle biomolecole nutrizionali, extranutrizionali e salutistiche presenti in un alimento sulle modalità di espressione della struttura genetica di un individuo in un determinato microambiente, allo scopo di realizzare condizioni ottimali di utilizzazione delle predette biomolecole.

L'obiettivo è quello di identificare biomarcatori in grado di predire gli effetti di componenti di un regime alimentare. Di particolare attualità è la identificazione di effetti preventivi e protettivi di biomolecole con funzione nutrizionale, extranutrizionale e salutistica contenute negli alimenti; identificazione che riveste particolare importanza nell'applicazione del Regolamento Health and Nutrition Claims[1].

Tali Health Claimsnon sono altro che:

(a)   indicatori nutrizionali o etichettatura nutrizionale: affermano o suggeriscono che un alimento possiede proprietà nutrizionali; tra gli esempi figurano le indicazioni: a basso contenuto di grassi; senza zuccheri aggiunti; è ricco in fibre

(b)  indicatori salutistici: suggeriscono che consumando un determinato alimento si possono ottenere benefici per la salute; tra gli esempi figurano le indicazioni: contribuisce a rafforzare le difese naturali; favorisce la capacità di apprendimento.

  L'armonizzazione normativa intende preludere, tra l'altro, all'importante obiettivo di favorire un'alimentazione:

(a)  piú consapevole

(b)  ispirata alle moderne indicazioni nutrizionali

(c)   aperta ai suggerimenti del mondo scientifico in materia di prevenzione di malattie.

Nel settore zootecnico, l'importanza della relazione tra genetica e nutrizione è stata intuita da T.M. Bettini, il quale, già nel 1976, aveva formulato il concetto di genetica nutrizionale evidenziando il ruolo fondamentale dell'interazione genotipo-nutrizione in condizioni ambientali (fisiche e biotiche) omogenee ai fini applicativi nelle varie biopoiesi (galattopoiesi, miopoiesi, ovopoiesi, tricopoiesi, ecc.).

È opportuno sottolineare che un PTTE non s'identifica con un prodotto statico, ma con uno dinamico, nel senso che il diagramma di flusso della sua produzione va continuamente innovato in funzione delle continue acquisizioni scientifiche, specialmente della biologia dei sistemi.

La memoria storica della specificità di un bioterritorio è un elemento fondante e utile a che una comunità antropica contribuisca armonicamente ad arricchire l'umanità di valori e a favorire uno sviluppo globale a misura d'uomo.  

È in atto un paradosso: la società opulenta aderisce con piacere alla frugalità e alla semplicità del modello elementare basato sull'uso di alimenti provenienti da risorse animali e vegetali autoctone.

3. Bioimitazione

La biodiversità costituisce anche un elemento fondante per la bioimitazione (biomimicry), infatti, è stato sempre un sogno dell'uomo quello di imitare alcuni processi, sostanze, apparati, strategie, oltre che replicare, funzioni e forme presenti in natura. Trattasi, si può dire, di un nuovo filone scientifico più che di una vera arte avente per oggetto la progettazione e la costruzione di sistemi, semplici e/o complessi, prettamente ispirati alla naturalità. Alcuni settori della bioimitazione (biomimetica) sono: ingegneria biomedica, intelligenza artificiale, nanotecnologie, robotica (naso elettronico, robot biomimetico), bioarchitettura.

Le applicazioni dedotte dai risultati delle ricerche sulla bioimitazione possono farsi risalire a Dedalo che costruì un paio di ali (a imitazione degli uccelli) per se stesso e uno per il figlio Icaro, fissandole alle spalle con della cera, per continuare, nel corso dei secoli, e giungere alle grandi ideazioni del genio Leonardo Da Vinci e per culminare nel coniare biomimeticsda parte
di O. Schmitt nel 1950; mentre il termine biomics fu coniato da J. E. Steele nel 1958.

Oggi, numerose sono le ricerche con l'uso di biotecniche innovative per copiare le strategie funzionali della natura.   

La diversità genetica, presente sul pianeta Terra, rappresenta il pabulum per alimentare continuamente questo nuovo filone di ricerche tendente a produrre industrialmente manufatti i cui componenti costituiscono un prodotto naturale dell'attività biologica sia degli animali che delle piante.

A titolo esemplificativo si ricordano:

(a)   la produzione di fibra utilizzata per i voli spaziali sulla base della conoscenza delle caratteristiche reologiche del filo tessuto da alcuni ragni

(b)    l'architettura ispirata alla natura (bioarchitettura) messa in pratica da Antoni Gaudì nel progettare la Sagrada Famiglia, in Barcellona - Spagna; per questo capolavoro architettonico Gaudì prese a modello la struttura degli alberi, i quali si ergono, nella loro complessità, senza l'ausilio di rinforzi interni e di contrafforti esterni; Gaudì traeva le forme architettoniche dalla natura, e cosí si esprimeva: ciò che è in natura è funzionale, e ciò che è funzionale è bello

(c)     adesivi speciali (muco di lumaca, cirripedi)

(d)    strati protettivi (conchiglie)

(e)     impermeabilizzanti (fiori di loto)

(f)      peli corti come colla (geco)

(g)    cavi speciali a fibre ottiche (corolla del fiore di venere).

 Fra le nuove biotecniche innovative si ricorda l'uso delle nanotecniche il cui risultato operativo, per l'ampiezza dei campi di applicazione, è praticamente imprevedibile; settore ove le strategie seguite dalla natura, nella sua diversità genetica, una volta scoperte, potranno fornire utili suggerimenti.

4. Tendenza sul pianeta Terra della biodiversità di alcune specie di interesse zootecnico

I numerosi cambiamenti avvenuti nella gestione degli animali da reddito in relazione alla crescita globale della popolazione umana e ai cambiamenti delle abitudini alimentari di questa, hanno portato a una intensificazione dei sistemi di allevamento in determinate aree, specialmente dei paesi sviluppati. Effetto di questa strategia è la utilizzazione di pochi tipi genetici entro le specie allevate. Conseguentemente, la variabilità genetica viene minacciata.
La minaccia di una erosione genetica e le relative cause sono molto differenti in relazione alla specie considerata. Si sottolinea che la diversità biologica è la conditio sine qua non per sostenere ad alti livelli la flessibilità biologica di un tipo genetico, oltre che favorire uno sviluppo sostenibile delle numerose aree rurali specialmente nei PMS. Pertanto, imperativa è la politica di tutela.

Nella strategia di tutela della biodiversità, particolare attenzione deve essere rivolta sia a quella attuale che a quella futura, in relazione ai prevedibili cambiamenti futuri.

Bovini. È noto che con l'uso di sistemi di produzione intensivi vi è stata una forte specializzazione biopoietica limitatamente a pochi tipi genetici, sacrificando fortemente i tipi genetici autoctoni, i quali costituiscono la principale fonte alimentare, specialmente proteica, nei PMS. La consistenza, sul pianeta Terra, viene stimata in circa 1,3 miliardi di capi, valore che tende a mantenersi costante nel decennio 1995-2004 (FAO, 2006). Al fine di recuperare questi ultimi e per incrementare il livello di diversità genetica delle popolazioni allevate, grande ruolo potranno svolgere le biotecniche innovative riproduttive, specialmente l'uso dell'inseminazione strumentale che ha anche un effetto di migliorare il livello sanitario di una popolazione zootecnica.

Bufali. Il bufalo domestico è originariamente un animale asiatico, tipicamente usato come forza lavoro, produttore di carne, latte , pellame e altro. La sua consistenza mondiale, nel 2000, ammonta a circa 165.000 milioni di capi di cui il 98% sono allevati in India, Pakistan, Cina e Sud Est Asiatico.

Caprini. La notevole variabilità delle condizioni dell'allevamento di questa specie costituisce una sicura garanzia di tutela dei vari tipi genetici allevati.
A livello di pianeta Terra, tale specie risulta abbastanza diffusa (circa 800 milioni di capi nel 2006, corrispondenti a circa il 12 % del numero totale dei mammiferi allevati), seppur in leggero calo rispetto al 2000 (circa 1 milione di capi allevati), con il 70% del totale localizzato nel territorio Asiatico e del Vicino e Medio Oriente.

Equidi. La consistenza sul pianeta Terra risulta pari a circa 164.000 milioni di capi nell'anno 2000. Tipicamente sono usati come forza lavoro e per il trasporto. Queste attitudini sono ancora conservate nei PMS, mentre in quelli a sviluppo avanzato gli equidi vengono allevati più per hobby. Si sta evolvendo un tipo di allevamento rivolto alla pet terapy e alla produzione di latte per determinate categorie umane con l'utilizzazione, specialmente, di tipi genetici autoctoni.

Ovini. Il mosaico dell'allevamento ovino, la cui consistenza, nel 2006, ammonta a circa 1 miliardo di capi (in leggero aumento rispetto al 2000), è costituito da un elevato numero di tessere,
dato che, a seconda dell'area geografica, il valore dei tipi genetici ovini risponde a esigenze di valore o culturale e/o naturalistico e/o economico. L'obiettivo della tutela di questa specie può essere raggiunto prevedendo grandi greggi. In alcuni Paesi, l'ovino svolge una particolare funzione storica, culturale e religiosa, con un conseguente vantaggio di una loro conservazione. In genere, l'allevamento ovino usa sistemi riproduttivi naturali.

Polli. A livello di pianeta Terra la consistenza totale ammonta, nel 2006, a circa 17 miliardi di capi, per metà allevati in Asia; tale specie ha registrato un notevole incremento rispetto ai dati del 2000 (circa 14 miliardi). L'allevamento e la produzione delle varie specie interessate hanno raggiunto livelli di specializzazione e di industrializzazione paragonabili a quello di alcuni settori vegetali, specialmente con l'utilizzazione di soggetti ibridi o terminali.
Al fianco di questa attività, nei paesi a limitato sviluppo c'è una notevole presenza di tipi genetici autoctoni fornenti alimenti di elevato valore nutrizionale, favorendo cosí una buona tutela dell'autoctonia.

Suini. La consistenza sul pianeta Terra risulta pari a circa 908.000 milioni di capi nell'anno 2000. È noto che, nei paesi a sviluppo avanzato (Europa, Nord America, Australia), il mercato del suino e dei prodotti derivati è dominato da poche compagnie multinazionali, pertanto, numerosi tipi genetici autoctoni hanno perduto valore economico. Viceversa, nell'Asia dell'Est e negli altri Paesi considerati meno sviluppati, i tipi genetici autoctoni svolgono un ruolo determinante nel fornire un alimento di notevole valore nutrizionale, extranutrizionale e salutistico alle popolazioni umane.

5. Cenni sulla tutela della biodiversità

L'erosione genetica non può essere considerata ad andamento univoco, ma variabile a seconda della specie entro i vari bioterritori; indubbiamente il bovino, il pollo e il suino sono quelli che più corrono rischi di erosione genetica e, pertanto, queste specie richiedono interventi peculiari di tutela; metodi che si possono concretizzare in una maggiore conservazione degli animali all'interno del loro ambiente naturale, oppure mediante conservazione in situ ed extra situ.

La conservazione in situ può essere definita come conservazione della risorsa genetica attraverso il continuo uso da parte di allevatori custodi nell'agro-ecosistema in cui vivono
o sono ancora normalmente presenti i vari tipi genetici autoctoni. Questo metodo di conservazione è da preferire, in quanto presenta il vantaggio di utilizzare un ambiente di allevamento ideale per ogni TGA e/o TGAA, ma lo svantaggio di avere un rapporto sessi riproduttivo sbilanciato in relazione al numero effettivo (Ne) della popolazione (impiego di uno o pochi maschi nell'allevamento). Tale modalità di conservazione, inoltre, facilita l'adattabilità dei TGA/TGAA ai cambiamenti circostanti, ma in essa aumentano i rischi di inincrocio a causa del ristretto numero della popolazione.

La conservazione extra situ in vivo può essere definita come conservazione attraverso il mantenimento di popolazioni in vita non nel bioterritorio originario; i costi per questo tipo di conservazione sono bassi, ma dato che la popolazione è allevata in un ambiente diverso da quello di origine, spesso la capacità al costruttivismo risulta ridotta.

La conservazione extra situ in frigido può essere definita come lo stoccaggio di gameti e di embrioni in azoto liquido.
La conservazione extra situ presenta il vantaggio di poter di studiare l'eventuale diversità comportamentali, temporali e spaziali, di un TGA e/o TGAA; studio utile per la stima del livello di fitness nonché di stima della stabilità genomica in ambiente non originario.

Si può, in fine, affermare che le tecniche di conservazione in situ ed extra situ non sono esclusive e possono essere complementari nello sviluppo delle strategie di specifiche razze in specifici contesti.

Per la conservazione in vivo, sia in situ che extra situ, alcune regole da seguire sono importanti:

(a)  monitoraggio del numero effettivo della popolazione tutelata

(b)  applicazione di un minimo di selezione dei soggetti allevati

(c)  effettuare sia accoppiamenti naturali che con l'uso dell'inseminazione strumentale; ove necessario anche l'impiego di altre biotecniche riproduttive innovative

(d)  monitorare le prestazioni, possibilmente, quanti-qualitative fornite dalla popolazione allevata.

Per una conservazione in situ si devono utilizzare: aziende di referimento; intendendo per tali aziende un allevamento disponibile a partecipare attivamente alla conservazione e sviluppo
di un TGA tramite:

(a)  allevamento del TGA in purezza

(b)  vendita di giovani riproduttori

(c)       partecipazione a mostre e iniziative atte a pubblicizzare il TGA

(d)      messa a disposizione dei soggetti allevati per eventuali programmi di riproduzione e di selezione, caratterizzazione genetica, prelievo di materiale biologico (latte, sangue, lana, seme, ecc.).

Per un TGA a ridotta consistenza (con un Ne uguale o inferiore a 100), è necessaria la tutela extra situ, possibilmente presso un centro di ricerca, al fine di poter rilevare sistematicamente tutta una serie di elementi da utilizzare per redigere un concreto piano di conservazione, prima, e di utilizzazione zootecnica, poi.

6. Conclusioni  

1. Il concetto di sviluppo solidale è legato alla diversità, che non è identificabile con l'omologazione e con la standardizzazione di una globalizzazione a senso unico. È la diversità culturale antropica che è alla base della interattività, mentre la omogeneità conduce a mere soluzioni additive e a un livellamento pericoloso delle mentalità umane. La diversità esistente deve condurre a rafforzare il pluralismo biologico nello spirito del pleròma. Questo polimorfismo, che l'uomo porta in sé, dovrebbe incoraggiare a ricercare soluzioni unitarie anche se attraverso una gamma ideale di sistemi sociali e politici diversi che venissero incontro al polimorfismo biologico antropico.  

2. La sovrapposizione concettuale tra risorsa genetica e diversità biologica o biodiversità è piuttosto recente e si riferisce alla variabilità misurata entro e tra le specie in termini di variazione tra sequenze di DNA codificanti polipeptide/i e non e/o tra amminoacidi.
Con l'introduzione del concetto di diversità genetica si completa quello che, a livello teorico, viene definito il trittico della diversità biologica:diversità tassonomica, intesa come numero di specie presenti in un dato habitat; diversità ecologica, intesa, non solo come numero di specie presenti, ma includente anche le interazioni reciproche tra gli organismi e di questi con lambiente; diversità genomica.

3. La diversità biologica deve essere considerata anche ai fini della produzione di beni materiali o servizi, quali, a esempio, i servizi di gestione e di presidio ambientale di aree geografiche altrimenti destinate a essere abbandonate, con tutti gli effetti conseguenti. L'imprenditore agricolo, grazie alla sua innata propensione all'inventiva, non svolgerebbe piú un ruolo di semplice controllo e di adattamento alle innovazioni messe a punto fuori dal contesto in cui egli opera, ma, come tutti gli esseri viventi, ritornerebbe a evidenziare la sua elevatissima capacità al costruttivismo. Pertanto, le risorse genetiche autoctone danno anche un contributo al terziario verde di natura non commerciale.

4. La irriducibile complessità della singola cellula, che esplica un ruolo unico, è stata è e sarà sempre oggetto di disputa, mai sopita del dualismo somatico germinale.

5. La canalizzazione dello sviluppo si concretizza nella capacità al costruttivismo dei componenti la biodiversità di un bioterritorio.

6. La plasticità fenotipica dei TGA rappresenta un elemento fondamentale per l'ottenimento
di un prodotto tradizionale tipico etichettato PTTE ricco di biomolecole peculiari di valore nutrizionale, extranutrizionale e salutistico.

7. La diversità biologica è lo strumento principe che permette alla natura di sincronizzarsi alla velocità dei cambiamenti ambientali.

8. Nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile gli scienziati vengono invitati a prendere in considerazione l'oggi mai concluso, ossia la relazione tra conoscenza scientifica riconosciuta e politica pubblica in tutte le sue forme. Questa relazione è utile non solo ai fini dell'adeguamento della ricerca alle esigenze dei produttori, ma anche ai fini della definizione di nuove priorità
tra le potenzialità della ricerca e quindi della continua innovazione della stessa.

 9. L'approccio sistemico, specialmente in agronomia, non consente di scindere nettamente gli aspetti biotecnici e tecnici da quelli sociali. Qualsiasi innovazione tecnica fa parte di un nuovo equilibrio sociale e organizzativo e ogni innovazione modifica gli equilibri precedenti e seleziona operatori capaci (o non) di cogliere l'innovazione stessa. Di conseguenza, il non tener conto di tale fenomeno può portare i ricercatori a correre il rischio di aprire il Vaso di Pandora.

10. Al numero 34 della Lettera Enciclica Popularum Progressio (26 marzo 1967) si legge: “…economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all'uomo che devono servire. E l'uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie azioni e giudice del loro valore, diventa egli stesso autore del proprio progresso, in conformità con la natura che gli ha dato il suo Creatore”.

7. Opere citate

ARROW, K.J. and FISCHER, A.C. (1974). Environmental preservation, uncertainty and irreversibility. Quaterly Journal of Economics, 88 (2), 312-319.

BETTINI, T.M. (1972). Concezioni moderne sulla validità dei cosiddetti gruppi etnici, anche ai fini  dello sviluppo zootecnico. In: Riproduzione animale e fecondazione artificiale. Edagricole, Bologna.

BETTINI, T.M. (1976). Citato da Matassino, D. (1978).

EPSTEIN, L.S. (1980). Decision-making and temporal resolution of uncertainty. International Economic Review, 21 (2), 269-283.

FAO (2000). World Watch List for Domestic Animal Diversity. (Ed. B.D.Scherf). 3nd Edition

FAO (2006). First draft of ‘The State of the World's Animal Genetic Resources for Food and Agricolture.

GIAMPIETRO, M. (2002). The precautionary principle and ecological hazards of genetically modified organisms. Ambio, 31 (6), 466.

gould, s. j. (1989). A developmental constraint  in Cerion, with comments on the definition and interpretation of constraint in evolution. Evolution, 43, 516-539.

HODGES J. H. N. (2005). Sustainable agriculture and food are at risk. Livestock production Science, 98, 225 – 250.

JONAS, H. (1979). Das Prinzip Verantwortung. Insel Verlag, Frankfurt am Main
(trad. it. Il principio di responsabilità). Einaudi, Torino, 1990). 

LEWONTIN, R.C. (1993). Biologia come ideologia. Ed. Bollati Boringhieri, Torino.

LEWONTIN, R.C. (2004). Il sogno del genoma umano e le altre illusioni della scienza.
Ed. Laterza, Bari - Roma.

MATASSINO, D. (1978) Il miglioramento genetico degli animali in produzione zootecnica. Eserc. Accad. Agr. di Pesaro,  Serie III, 9, 33-98.

MATASSINO, D. (1989). Biotecniche innovative delle produzioni animali. Convegno CNR-Ente Fiera del Levante, Sessione Biotecnologie, mimeografato.

MATASSINO, D. (1992a). Il miglioramento genetico nei bovini per la produzione di latti finalizzati all'uomo. Atti Conv. "Il ruolo del latte nell'alimentazione dell'uomo", Paestum, 24-26 ottobre 1991. Quaderni Frisona, maggio 1992.

MATASSINO, D. (1992b). Impariamo dalla natura. Atti Conv. Progetto Ambiente.
Colle Sannita (BN), 14÷15 febbraio. L'Allevatore, 48 (17), 18-19.

MATASSINO, D. (2003). Alcune riflessioni su benefici, rischi e informazione delle biotecnologie all'aurora del XXI secolo. "Colloqu"' Sez. Dimensioni dell'economico,
Ed. Scientifiche Italiane, 133, 2003. ARS, 96, 41, 2004.

MATASSINO, D., ZUCCHI, G. and  DI BERARDINO, D. (1991). Management of consumption, demand, supply and exchanges. Proc. Symp. On the eve of the 3rd millennium, the European challenge for animal production, Toulouse, 11 July 1990. EAAP n. 48,105-124.

MATASSINO, D., BARONE, C.M.A., DI LUCCIA, A., INCORONATO, C., INGLESE, F., MARLETTA, D., OCCIDENTE, M. e RONCADA, P. (2007). Genomica e proteomica funzionali.
Atti Convegno Acquisizioni della Genetica e prospettive della selezione animale, promosso da: Accademia dei Georgofili, Associazione Scientifica di Produzione Animale (ASPA), Associazione Italiana Allevatori (AIA), Firenze, 27 gennaio 2006. I Georgofili -  I Quaderni Acquisizioni della Genetica e prospettive della selezione animale. Studio Editoriale Fiorentino, Firenze, 201-354.

UICN, UNEP, WWF, FAO (1980). Strategia mondiale per la conservazione delle risorse naturali viventi per uno sviluppo razionale e duraturo, WWF Italia, Roma.

WADDINGTON, C. H. (1942). Canalization of development and the inheritance of acquired characters. Nature, 150, 563-565.

WADDINGTON, C. H. (1957). The strategy of the genes. Allen & Unwin, London.

WILSON, E.O. and PETER, M.P. (1988). Biodiversity. National Academy press, Washington.


 

 

 

 

 


Relazione al Convegno: “Biodiversitá, allevamento sostenibile, biotecnologie e tecnologie innovative” , 8 maggio 2007
Polo Museale della Tecnica e del Lavoro in Agricoltura (MUSA)


Prof. Donato Matassino
*   Cattedra di Zootecnica generale e Miglioramento genetico - Dipartimento di Scienze biologiche e ambientali- Università degli Studi del Sannio – via Porta Arsa, 11 – 82100 Benevento – Italia - Tel.: +39 0824 305147; e mail: matassino@unisannio.it

** Direttore ConSDABI - National Focal Point italiano della FAO (NFP.I - FAO) per la tutela del germoplasma animale in via di estinzione nell'ambito della Strategia Globale FAO per la gestione della risorsa genetica animale (GS-AnGR, GlobalStrategy for the Management of Farm Animal Genetic Resources)  – Centro di Scienza Omica per la Qualità e per l'Eccellenza Nutrizionali - Contrada Piano Cappelle - 82100 Benevento – Italia - Tel.: +39  0824 334300; Tf.: +39 0824 334046; email: consdabi@consdabi.org; Internet: www.consdabi.org

novembre 2007

vai alla cartella Biodiversità